Era estate, eravamo in casa, ma si sentiva il profumo degli alberi di limone. In quel periodo li guardavo spesso, li curavi sempre tu, ma quando non ci saresti più stato sarebbe toccato a me che non ho mai dovuto prendermi cura di niente.
Quella volta ero in camera tua, ti stavo aiutando a stringere la fascia elastica intorno all’addome. Guardai i lividi dell’intervento che da verdi ormai erano diventati gialli. Mi dicevi di tirare più forte per stringere abbastanza. Io temevo non saresti riuscito a respirare, ma tu volevi fare tutto per bene, volevi riprenderti in fretta, perché a settembre saresti tornato a lavoro.
Sei sempre stato instancabile.
La mia pigrizia invece, mi spaventava. Ti guardavo infilare la maglietta sulla fascia come niente fosse e mi dicevo che non sarei mai stato forte quanto te.
Una volta mi dicesti che ho preso da mia madre questa tendenza a sentirmi sconfitto prima ancora di provare. Vorrei sapere come dirti che quando ero piccolo soffrivo per la tua assenza e per tutte quelle volte che invece c’eri e l’unica cosa di cui ti accorgevi erano le mie mancanze.
Ho provato ad assomigliarti per tantissimo tempo, di fare mia quella capacità che hai di chiuderti ad ogni cosa e focalizzarti sui tuoi obiettivi.
Mi dicevi “concentrati e sii il migliore, non farti distrarre da nessuno perché tutto ciò che hai è quello che raggiungi”.
Adesso anche se non lo confessi credo di averti deluso. Probabilmente se mi guardassi con i tuoi soliti occhi vedresti qualcuno che si compiange, penseresti che la mia tristezza sia solo pigrizia.
Invece, l’intervento non ha funzionato e adesso mi guardi come farebbe qualcuno che ha un cancro terminale.
Mi guardasti anche allora, dopo esserti sistemato allo specchio, ti voltasti e mi dicesti che mi volevi bene. Io volevo crederti, ma avrei voluto sparire, perché anche se tu non lo dicevi ero convinto che mi considerassi un debole.
Abbassai lo sguardo, ti dissi che anch’io te ne volevo.
Stavo per andarmene, già pronto a trovare il modo di ritardare il momento di mettermi a studiare. Mi biasimai perché non avrei dovuto perdere tempo se volevo laurearmi prima che tu…
Avrei dovuto essermi laureato già da un anno, ma tutto era diventato difficile.
Poi, mi chiamasti. Ti eri seduto sul letto, eri di spalle. Sentivo che c’era qualcosa di strano.
Allora lo dicesti.
“Ho paura di morire”
Rimasi in silenzio.
Guardai le tue spalle inclinate, la tua testa bassa. Mi sembrasti fragile e piccolo.
Avevo il terrore che stessi piangendo, non osai avvicinarmi per scoprirlo.
Non ti dissi niente. Anche tu rimanesti in silenzio per un po’ e quando ti alzasti me ne andai.
Adesso che nemmeno la chemioterapia ti ha tenuto lontano dal lavoro ho difficoltà a rivedere quell’uomo. A volte però, mi dici che sei stanco. Vorrei avere il coraggio di rispondere, trovare le parole che non ho trovato quel giorno. Invece, guardo da un’altra parte e ti dico di non scoraggiarti.
Non so perché la tua fragilità mi spaventi.
Forse perché è inesorabile.
Forse perché vederti piangere mi costringerà ad accettare una vita senza di te. Ma io mi sento un germoglio cresciuto tra le radici di un albero immenso. Troppo esile. Fragile senza di te. Scoperto lontano dall’ombra delle tue fronde.
E se d’improvviso guardando in alto come facevo da bambino non ti vedrò più allora che cosa vedrò?
Non sono pronto ad accettare che tu ti arrenda.
Ho bisogno che tu sia forte per tutto il tempo che ancora ti rimane, non ti dirò che ti voglio bene come fosse un addio, non posso guardarti come fosse l’ultima volta.
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