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Crediti extra

29 dic 2022
Tempo di lettura: 3 min

Racconto scritto per il concorso "Disuguaglianze Sociali" di Podcastory.


Ha fatto buio presto. Il calore dei fornelli ha appannato i vetri, ma si riesce a vedere il vento agitare nervosamente le fronde di un albero. Abbasso lo sguardo sulla spugnetta, poi sulla superficie umida del bancone e mi chiedo se così vada bene. Non ho mai pulito niente in vita mia. Da qualche parte ho sentito che i germi si annidano nelle spugnette, dopo tre mesi si devono buttare, mi domando questa da quanto tempo venga usata. Guardo il resto dei ragazzi volontari qui alla mensa. Hanno già cominciato ad asciugare, usano stracci che mi chiedo ogni quanto vengono lavati.
Una volta finito sembra tutto pulito, ma se hai visto “cucine da incubo” sai che la sporcizia si annida disgustosamente sotto la superficie. Il pensiero mi fa rabbrividire.
La verità è che in un posto così non ci sarei mai venuto. Le scuole hanno adottato una politica di supporto alla comunità e a turno partecipiamo ad attività socialmente utili. Sono qui per il premio in crediti extra che farebbe risollevare le sorti del mio rendimento catastrofico.
Non è come avevo immaginato. Non spadello mestoli di zuppa nel piatto dei senzatetto. Qui si cucina, si divide in vaschette e poi si distribuisce la cena al sacco per la città. Io non ho mai cucinato, quindi ho pulito insieme al resto dei novellini. Ammetto che è stato piacevole, per lo più si chiacchiera e siamo così tanti che alla fine il lavoro da fare è poco.
Una volta finito ci muoviamo verso una stanza più grande. Giorgio, uno dei supervisori, ci spiega che qui di giorno si fanno lezioni di italiano e nelle classi più piccole anche corsi professionali. Finita l’introduzione inizia a distribuire due buste a testa, io mi metto in coda alla fila e mi guardo in torno. Alle pareti ci sono disegni di bambini, case colorate e soli che sorridono.
Quando arriva il mio turno Giorgio mi dà una busta con bottiglie d’acqua e bicchieri di plastica, poi un termos caldo. Dice che è caffè, ne devo distribuire giusto due dita ciascuno. Chiedo dei disegni. Mi dice che fanno anche doposcuola per i bambini della zona, in molte famiglie entrambi i genitori lavorano fino a sera quindi i volontari fanno giocare i loro figli.
Non appena usciamo ogni gruppetto di tre segue uno degli organizzatori. Carichiamo le buste in auto e via in giro per la città. Scopro che molti senzatetto della zona conoscono gli orari e i luoghi, che tra l’altro si trovano vicino casa mia. Ci sono tutti all’appello, ma all’ultima tappa ne manca uno, dicono che è un ragazzo somalo, molto simpatico, c’è sempre. Arriverà.
Cominciano a distribuire le buste, io chiedo a tutti se vogliono dell’acqua, o il caffè. Ho il tempo di vederli uno ad uno mentre riempio i bicchieri. Quasi tutti dicono di no per il caffè, è una pessima idea prima di andare a dormire, rido, sono d’accordo. Marco, un ragazzo che se ne sta avvolto in un sacco a pelo mi spiega che è utile contro il freddo, a volte c’è il thè, ma non a tutti piace.
Arriviamo ad un gruppetto più appartato, dormono così vanno a svegliarli, mi dicono che si dorme meglio a pancia piena. È giusto, ma mi sembra crudele comunque. Mi allontano. Trovo un signore seduto su una panchina con la sua cena. Pasta e piselli non gli piace, mi chiede se c’è altro, dico di no, poi gli mostro il termos. “Caffè?”, dice di sì.
Il termos è di quelli che si aprono premendo un bottone. Lo trovo antigienico. Lui mi porge il bicchierino e alla fine mi decido a sbrigarmi. Inizio a versare, ma non viene giù niente. Inclino di più il termos e il caffè esce tutto in una volta, trasborda dal bicchiere, cade sulla sua mano, a terra, sulle sue scarpe. Gli chiedo scusa un milione di volte, mi sorride, dice che non c’è problema. Mi sento un idiota, cerco dei fazzoletti nella busta, ma non ce ne sono. Una folata di vento mi fa cadere di mano tutti i bicchieri. Fuggo a recuperarli, ma ormai sono inutilizzabili.

Torno verso il gruppo. Non hanno trovato il ragazzo somalo. Chiedo come si fa. Giorgio dice che forse è andato in un’altra zona. Scrolla le spalle, ma ha un’espressione tesa. Mentre torniamo verso la macchina gli racconto del mio disastro. Mi dice di non preoccuparmi. Sento che invece dovrei. Sento di essere la persona sbagliata per una cosa così delicata. Penso che sarebbe più facile studiare.

Dico a Giorgio che torno a piedi perché abito qui vicino. Lui mi guarda. “Diventa più facile quando capisci quant’è importante”. Abbasso gli occhi, annuisco. Mi saluta, mi dice “a giovedì”. Io lo osservo andare via. Dico: “a giovedì”.

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