top of page

L'umanità in ascensore

29 dic 2022
Tempo di lettura: 8 min

Racconto pubblicato nella raccolta "Racconti campani 2021" di Historica Edizioni.



Avevo trent’anni quando scoprii che della mia vita non ci avevo capito niente.
Accadde per caso. Come in quei film romantici in cui voltato l’angolo il protagonista inciampa nell’amore della sua vita. Io ero inciampato in me stesso e la cosa mi aveva sorpreso perché credevo di sapere tutto quello che c’era da sapere su di me. Ero un tipo silenzioso e solitario, ma non nel modo carismatico del bassista di una band, ma come un ragazzo smilzo che portava magliette dei Pink Floyd e disegnava sul suo diario buona parte del tempo libero. Da piccolo ero il genere di bambino che non lasciava mai l’ombrellone, preferivo stare vicino la mamma quando gli altri andavano a tuffarsi dagli scogli. Ero quello che non giocava a calcetto per via dell’asma. Il tipo che a scuola faceva merenda da solo.
Per i bulli sarei stato un lavoretto facile, ma la verità è che le persone semplicemente si dimenticavano della mia presenza. Ho scoperto presto che c’è un limite di volte in cui puoi dire di no ad un invito a giocare, poi è come rimanere chiuso fuori casa senza le chiavi.
Però, le cose sono cambiate.
Einstein dice che le crisi sono i migliori catalizzatori di un cambiamento. La mia non fu una vera e propria crisi, piuttosto un trasferimento, precisamente al decimo piano di un palazzo.
Avevo appena fatto il grande passo di prendere una casa tutta mia. Fu una decisione inevitabile, o avrei finito per diventare il classico “mammone”. Classificazione con cui in ogni caso avevo già una certa confidenza.
Lasciai casa di mia madre e cercai un posto che potessi permettermi con il mio nuovissimo stipendio da informatico. Ero stato da poco assunto nell’azienda di mio zio, non era il lavoro dei miei sogni, ma dopo qualche anno nel girone dei disoccupati le mie pretese avevano avuto un brusco calo.
Trovai questo piccolo appartamento al decimo piano di un palazzo nella zona dei Colli Aminei. Di solito le abitazioni all’ultimo piano non sono molto ambite. D’estate sono troppo calde e d’inverno troppo fredde. Inoltre, c’è l’antica e radicata paura che i ladri possano accedere dal tetto.
Dubitavo che qualcuno avrebbe rischiato di fare il funambolo per le mie ristrette finanze, mi si leggeva in faccia che potevo a stento permettermi l’abbonamento a Netflix. Non mi preoccupava nemmeno lo sbalzo climatico. L’affitto era ad un prezzo stracciato, cosa che aveva contribuito ad alimentare un certo fiducioso ottimismo.
Così, abbandonai il nido e spiccai il volo.
Il volo prevedeva una salita di dieci piani in ascensore, o in alternativa le scale, ma per me era il grande salto nel vuoto, l’inizio della mia vita.
Non credevo che avrei incontrato grosse difficoltà, ma la prima sera del mio trasferimento capii che mi sbagliavo di grosso.
Tutto ebbe inizio non appena le porte dell’ascensore si chiusero relegando me e un’estranea in un metro quadro di abitacolo.
La donna era molto elegante. Indossava un cappotto nero, nascondeva il viso in una grossa sciarpa avvolta intorno al collo.
Decisi che era il mio momento, il primo passo, quello che avrebbe seguito una comoda discesa nel mondo sociale della mia vita da adulto.
“Salve” dissi, avevo un tono cordiale, fin troppo amichevole, si capiva che mi ero appena trasferito. Avevo quel tipico insensato brio di chi cerca di fare buona impressione.
“Salve”.
La risposta laconica era stata distratta, senza contatto visivo.
Le dissi ingenuamente che mi ero appena trasferito.
Mi rispose: “benvenuto”, poi mi fece un sorriso teso.
Avrei dovuto capire che era il caso di desistere.
Invece, proseguii.
“Lei abita qui?”
Lei scosse la testa, “no”.
Fu a quel punto che scoppiò a piangere.
I rapporti umani sono complicati. Imparai che in ascensore sono anche inevitabili.
Non avevo vie di fuga.
La donna cercava di nascondere il viso tra le mani, ma non fu abbastanza per risparmiare a me e a lei l’imbarazzo di altri quattro piani. Rimanemmo in silenzio per tutto il tempo, con il sottofondo del mio disagio e dei suoi singhiozzi. Ancora oggi non so quale dei due fosse più assordante.
Proprio mentre speravo che una voragine m’inghiottisse per farmi sparire per sempre, le porte si aprirono al nono piano e a quel punto la donna uscì.
Scomparve dalla mia vita con lo stesso silenzioso disinteresse con cui ci era entrata, intrappolata in chissà quale catastrofe personale che l’aveva portata a sgretolarsi davanti ai miei occhi.
Cercai di non pensare a lei i giorni successivi.
Non è facile guardare piangere qualcuno.
La cosa peggiore era che mi aveva ricordato mia madre. Anche lei s’infrangeva in pianti improvvisi quando le cose erano spaventosamente tranquille. Come quando finiva di pulire casa e non sapeva più come occupare le mani e i pensieri. Oppure il pomeriggio quando guardava la televisione senza vederla davvero. O quando la notte pensava che non la sentissi.
In quei momenti non sapevo cosa fare, non fare niente mi faceva sentire in colpa e poi mi dicevo che era troppo tardi per fare qualcosa e alla fine volevo solo sparire.
Non rividi più la donna.
Ma lei non fu che il principio.
Bizzarrie e casi umani si alternavano in quell’ascensore in una staffetta che si fermava sempre e inesorabilmente al nono piano. Questa circostanza scatenò in me un timore reverenziale per quel pianerottolo, lo stesso che si poteva provare davanti l’armadio per Narnia, o il ponte per Terabithia.
Una volta provai ad affacciarmi dall’ascensore per vedere cosa ci fosse al nono piano, ma alla porta non c’era affissa nessuna targhetta.
Per via del timore di scatenare altre reazioni preoccupanti non attaccavo mai bottone in ascensore, così non provai nemmeno a chi chiedere informazioni su quel piano.
Ricordo con esattezza la seconda volta in cui ripetei l’errore di aprire bocca.
Al nono piano era salito in ascensore un ragazzo. Era alto, pieno di muscoli, aveva i capelli neri corti, taglio a spazzola. Le braccia erano coperte di tatuaggi, indossava una maglietta nera e jeans sbiaditi.
Entrò senza dire una parola e spinse il pulsante per il piano terra.
Io mi schiacciai più che potei contro la parete alle mie spalle.
Lo vidi portare una sigaretta alle labbra e poi avvicinare un accendino. Mentre stava per accenderla lo fermai, “non credo si possa fumare qui”.
Lanciò nella mia direzione un’occhiata che mi fece pensare avesse ucciso per molto meno.
Mi raggelò all’istante e d’un tratto non fui più così sicuro che la politica sulle sigarette mi riguardasse, “almeno credo, mi sono appena trasferito”.
Sperai fosse abbastanza per dissuadere qualsiasi intento violento. Sono un pacifista, per esigenza. L’unica cosa che ho mai preso a pugni è stato un distributore di merendine, la volta in cui mio padre ha avuto l’infarto. Ero in ospedale da più di tre ore senza sapere se avrebbe riaperto gli occhi. Cercavo di ricordare qual era stata l’ultima cosa che gli avevo detto. Speravo fosse qualcosa di melenso come “ti voglio bene”, qualcosa che mi desse l’idea di una conclusione e non mi lasciasse con la paura di non avergli voluto bene abbastanza. Ma mi tornava in mente solo la nostra ultima discussione.
Mi aveva detto che stavo perdendo tempo dietro la mia fissazione per il disegno. Io persi le staffe, ci urlammo cose di cui mi vergogno.
In ospedale ero ancora furioso con lui, anche se stava rischiando la vita, forse ancora di più perché ero anche spaventato. Fu allora che mi si bloccarono le patatine nel distributore, s’impigliarono su una molla ed ecco che erano belle che andate. Menai il colpo preso dalla frustrazione, ma non servì a niente.
Il ragazzo che era in ascensore aveva lo sguardo di chi avrebbe volentieri dato un pugno contro un distributore. Peccato che c’ero solo io in quel momento, chiuso con lui e in discesa libera verso il piano terra. Un piano che scoprii essere incredibilmente lontano. Tanto lontano che iniziavo a pensare che il tempo perduto di Proust fosse finito tutto in quell’ascensore.
Contro ogni pronostico lo vidi rimettere l’accendino in tasca e la sigaretta nel pacchetto.
Non penso me l’avrebbe fatta passare liscia in un altro momento. Però, in quell’ascensore, lo vidi arrendersi ad un senso di amarezza, sembrava ne avesse abbastanza di me, e della rabbia, persino delle sigarette.
Mormorò una frase che probabilmente non era rivolta a me, che ormai avevo fatto voto di silenzio. Disse: “forse è ora di piantarla con questa merda”.
In effetti, le sigarette fanno male.
Ma non penso parlasse solo di quello.
Mi fece venire in mente che ci facciamo male in tanti modi, persino io che non avevo grosse pretese, ero infelice. Il mio lavoro mi annoiava, il mio tempo libero mi annoiava. La mia vita mi annoiava. Eppure non potevo farne a meno. Non sapevo ancora perché.
Una sera un dettaglio cambiò le cose.
Un dettaglio tanto insignificante da essere ridicolo.
L’ascensore si fermò al nono piano. Mi chiesi chi avrei visto questa volta.
Le porte si aprirono davanti al pianerottolo. Mi sporsi per vedere chi c’era, vidi una donna con un cappotto color cammello, i capelli biondi e l’aria trafelata. Aveva un mezzo sorriso di scuse sulle labbra mentre finiva di girare le chiavi nella porta.
Mantenni aperto l’ascensore il tempo che le ci volle per fiondarsi all’interno.
Mi ringraziò e poi mi disse: “scende?”.
“Sì”, abbozzai un sorriso anch’io.
La fissai di sottecchi, ero a trenta centimetri dalla soluzione del mistero che aveva permesso al mondo d’intrufolarsi nella mia vita. Avevo paura, ma era una paura entusiasta che fibrillava nella voce.
“Lei abita al nono piano?”
Si voltò a guardarmi. Aveva uno sguardo dolce, davanti a quegli occhi sfilavano fenomeni per me incomprensibili nella loro microscopica banalità. Tutta un’umanità saliva in ascensore solo per arrivare a quello sguardo.
“No, qui c’è il mio ufficio. Lei invece, abita qui?”
“Sì, mi sono trasferito da poco”
“Oh bene, benvenuto allora”
“Grazie” abbozzai imbarazzato. A quel punto non avevo più fiato, ma trovai chissà come il coraggio per parlare ancora.
“Posso chiederle che lavoro fa?”
“Faccio la psicologa”
Risi, “avrei dovuto capirlo”.
Mi rivolse un’occhiata curiosa, ma già divertita, “da che cosa?”.
“Dai suoi pazienti”
Rise anche lei, doveva aver intuito che avessi fatto un paio di esperienze particolari.
“Lei che lavoro fa?”
“Sono un informatico”
“Sembra un lavoro interessante”
“Non proprio, non è così eccitante come sembra, mi limito a gestire dei software per un’azienda”
“Non lo trova eccitante?”
Quella domanda mi lasciò sorpreso, non ero sicuro di come avrei dovuto rispondere.
“Mi sarebbe piaciuto fare altro” lo confessai un po’ imbarazzato.
Non l’avevo mai detto a nessuno dopo la morte di mio padre. Pensavo che sarebbe stato un momento importante, una confessione così schiacciante che mi avrebbe strappato il fiato, invece non era successo niente.
“Perché non l’ha fatto?” sembrava sinceramente interessata e a quel punto la condanna dell’ascensore si era ripresentata. Non potevo fuggire.
“Mi sarebbe piaciuto disegnare fumetti. Però mio padre mi ha sempre dissuaso dal dedicarmi al disegno, pensava che non ci avrei guadagnato niente. Quando è morto mi è sembrato…” non trovai la parola giusta. Non avevo mai trovato quella parola. Era solo stata la sensazione che avrei dovuto custodire la volontà di mio padre per riuscire a rispettarne il ricordo. In quel modo viveva in tutto ciò che facevo.
“Le è sembrato cosa?” la donna mi stava ancora guardando, l’ascensore scendeva troppo lentamente.
“Non mi è sembrato giusto non seguire il suo consiglio” scrollai le spalle e le sorrisi, ma non sembrava convinta, “so che se mi vedesse adesso sarebbe orgoglioso di me”.
“La rende felice?”
“Cosa?”
“Aver reso orgoglioso suo padre”
Sorrisi ancora e a quel sorriso mi ci aggrappai, mi allontanava da quella domanda, ma l’effetto durò poco. Il silenzio calò un’altra volta, cercavo di trovare una risposta, ma d’improvviso la mente si era svuotata e per quanto cercassi di trovare un pensiero da trasformare in parole, non arrivò niente.
“Non lo so”
Lei annuì e poi disse: “se le andasse di scoprirlo le basterà prendere l’ascensore”. Indicò il numero nove sulla pulsantiera “fino al mio ufficio”.
Le porte dell’ascensore si aprirono proprio allora. La donna mi salutò con un sorriso. Io la guardai allontanarsi, superare il cancello e poi sparire lungo la strada.
Avevo considerato gli avventori del nono piano singolarità cosmiche del genere umano, individui bizzarri capitati lì per caso e con cui credevo di non avere niente in comune.
Poi, sono diventato uno di loro.

Commenti


© 2035 by T.S. Hewitt. Powered and secured by Wix

bottom of page