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Ruberò il tuo sonno

26 feb 2023
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 16 mag 2023

Racconto breve vincitore del premio del concorso "Electric Sheeps" basato sulla produzione di immagini con IA (huggingface).


I neon soffusi della stanza d’ospedale donano al volto pallido di Leyna le sfumature eteree della porcellana. I suoi occhi, laghi di cobalto, osservano il corpo smunto del padre venire scollegato dalle terminazioni della macchina. La curva infelice delle sue labbra trema non appena l’uomo si sveglia. I due si guardano. Horace le sorride, sul suo volto si disegnano profonde rughe d’affetto.

Tra loro si frappongono gli androidi dell’ospedale. Lo aiutano ad alzarsi dal letto, ma un crampo lo piega in due, vomita. Gli porgono un secchio a cui si aggrappa.

L’apprensione disegna un’increspatura tra le sopracciglia di Leyna, mentre gli spasmi scuotono il padre ad ogni nuova dolorosa scarica.



È ancora abbracciato al secchio quando viene portato via su una sedia a rotelle. Layna rimane sola nella stanza, contempla il letto vuoto di suo padre. Poi, fa uno scatto ed esce. Si muove in fretta tra le corsie. Negli occhi stringe la speranza che tutto finisca. Su di essi però, cala l’ombra dell’inquietudine non appena entra nell’ufficio del dottore che si occupa di suo padre e lui la guarda.



“Signorina Leyna, salve”, le parole sono cordiali, ma il suo volto è severo, complici le lenti cibernetiche che punta su di lei, sostituiscono i suoi occhi privandolo di ciò che renderebbe umana la sua espressione.



“Dottor Sayer, sono qui per parlare di mio padre.”

“Mi dicono che il risveglio è avvenuto ancora una volta con successo.”

Lei annuisce, ma stringe le mani che nasconde tra le pieghe del suo vestito bianco.

“Mio padre non sopporterà un altro risveglio.”

“Al contrario, la compagnia mi paga affinché si risvegli ogni volta.”

“Ormai rimane sveglio meno di quindici minuti!”

“È quanto basta perché offra i suoi consigli.”

Leyna tende le labbra, solleva il mento.

“Mio padre ha servito a sufficienza la compagnia.”

Il dottore si alza dalla scrivania con calibrata lentezza, troneggia su Leyna per rimarcare il tono di minaccia, “suo padre è il più longevo dormiente della compagnia. Le informazioni che ha acquisito durante il sonno, grazie alla tecnologia brevettata da me, lo hanno reso uno dei più grandi geni mai esistiti sulla terra. È una risorsa inestimabile e insostituibile.”

Gli occhi di Leyna si muovono in cerca delle parole che ha immaginato nell’attesa di quel momento di coraggio, ma adesso le sfuggono via. Ne sceglie di nuove.

“Lo sostituirò io.”

Sayer sorride, svela tutta la commiserazione che il suo volto quasi del tutto sintetico può produrre, “lei è un androide, signorina Leyna. Il suo quoziente creativo è lo stesso di quest’oggetto” solleva una penna e gliela mostra.

“Posso immagazzinare milioni di dati in meno tempo di mio padre.”

“Esatto. Lei non è che un contenitore. Suo padre invece, è un creatore. La compagnia guadagna miliardi grazie a lui. Non rinunceranno solo perché una delle sue macchine sperimenta l’ombra artificiale della compassione.”

“Io sono capace di creare.”

“Come ogni macchina a disposizione della compagnia, ma non come un essere umano.”

“Lei è più simile a me che ad un umano ormai, eppure ha creato qualcosa.”

Il volto impassibile di Sayer si piega in un moto d’indignazione, “sarò sempre più umano di lei”.

Leyna esce dall’ufficio senza dire altro, tra le ciglia è intrappolato un orlo luminoso di lacrime. Le sfiora con le dita. È questa l’ombra artificiale della sua compassione?



Torna alla camera di suo padre a passi lenti. I medici e il personale artificiale la superano, la urtano, ma lei continua a camminare. I pensieri in cui è immersa rendono il suo volto un’espressione sublime del dolore. I suoi lineamenti delicati potrebbero essere frutto della mano di Canova, eppure non darebbero un’impressione tanto struggente.

Arrivata al letto vuoto del padre, Leyna è illuminata dalla determinazione di una nuova decisione. Aspetta, seduta alla stessa sedia da cui ha aspettato il suo risveglio negli ultimi anni.

Poco dopo Horace viene accompagnato nella camera da uno stuolo di androidi bianco latte. La calma razionale di Leyna s’infrange contro la visione di quella figura fragile che si rannicchia tra le lenzuola.

Horace congeda con un vago gesto il personale, chiede un minuto da solo con sua figlia. Leyna si protende per stringergli la mano, ne saggia la consistenza floscia e la pelle fredda. Il padre invece, osserva il suo volto triste.

“Cosa c’è, Leyna?”

“Non posso vederti soffrire.”

“Non devi preoccuparti per me.”

Lei non osa allontanare gli occhi dai suoi, dura sempre di meno il tempo che hanno per stare insieme.

“È solo il peso di tanta conoscenza, mia cara.”

“Non dovresti dormire così a lungo.”

“In effetti, sono stanco.”

“Lo so, papà”, un velo di umidità le offusca la vista tanto dolorosa del padre, ma lei chiude le palpebre per lasciar scivolare via le lacrime.

Horace allunga la mano per asciugarle.

Leyna gli sorride, “prova a riposare un po’, papà. Del sonno vero”.

L’uomo fa un sollevato segno di assenso.

“Ti voglio bene, Leyna” le dice chiudendo gli occhi.



“Anche io ti voglio bene, papà.”

Horace respira a fatica, ma sempre più regolarmente. Quando si addormenta la sua mano lascia la presa su quella di Leyna. Presto arriverà un dottore che lo collegherà alla macchina d’induzione del sonno, l’ha visto fare molte volte, sa che ha poco tempo.

Tira fuori da un cassetto la siringa che vi ha nascosto. Contiene un sedativo che ha rubato poco prima in corsia, inietta tutto il contenuto nel braccio del padre, poi la getta via.



Bacia la guancia del padre, poi osserva il suo respiro farsi più profondo.

I monitor cominciano a suonare, lei abbassa il volume dei dispositivi per non turbare quell’ultimo sonno.

Arrivano medici, infermieri, androidi, tutti per salvare la risorsa più importante dell’ospedale. Leyna è davanti la porta che li aspetta. Respinge il loro assalto come può, ha mani forti, ma alla fine la sopraffanno. La trascinano via, ma fa in tempo a guardare fallire i tentativi disperati dei medici di rianimare suo padre.

Tutti in quella stanza hanno un’espressione miserabile.

Leyna invece, ha negli occhi solo una gioia commossa.


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