Il pianeta Keren
Racconto pubblicato nella sezione "9 Racconti" della rivista Coye.
Un affettuoso ringraziamento per la stesura di questo racconto va a Giulia, pioniera di mondi.

Schiacciata sotto la scrivania Koel spiava i movimenti al di là del suo nascondiglio. Il buio calava impenetrabile ad ogni lampeggiare delle luci rosse di allarme. L’unico suono udibile oltre il pulsare del sangue nelle sue orecchie era l’affanno che le gonfiava e svuotava i polmoni. Attese in ascolto qualcosa che non fossero i suoi stessi rumori, ma c’era solo silenzio.
Preda dell’insicurezza iniziò a domandarsi se il suo non fosse un piano ridicolo, se magari rimanere lì non rendesse tutto più facile per chi stava battendo ogni palmo dell’edificio per trovarla. Avrebbe dovuto muoversi, avrebbe dovuto cercare una via d’uscita, ma sapeva di non poter ritardare la dose ancora a lungo. Si strinse alla cinghia del suo borsone. Aprì con assoluta lentezza la cerniera, stando ben attenta a non emettere alcun suono, ma il districarsi delle piccole maglie metalliche risuonò crudele nell’aria. Prese una delle siringhe al suo interno e ne strappò l’incarto. Affondò un’altra volta la mano nella borsa e ne estrasse un flacone. Scoprì l’ago e fece per affondarlo nel tappo, ma le dita sudate scivolarono lungo le curve della boccetta di vetro e persero la presa.
Per un secondo, quando la boccetta le sfuggì dalle mani, Koel trattenne il respiro.
Il tintinnio del flacone di vetro che rimbalzava a terra e rotolava via spaccò in due il silenzio.
Koel rimase in ascolto.
Suono lento di passi, suole di scarpe eleganti, da uomo. Lui la stava cercando tra le scrivanie del laboratorio vuoto.
“Che senso ha continuare a scappare?”.
Il cuore le si annodò in gola. Il flacone era lì, riusciva a vederlo quando la luce dell’allarme tornava ad illuminare il buio. Si accucciò meglio sotto la scrivania, era pronta a scattare, doveva solo decidere se lanciarsi verso la boccetta, o lasciarla indietro.
Vide l’ombra dell’uomo emergere più vicina ad ogni intervallo di luce rossa. Koel affondò i denti nelle labbra per costringersi a non muoversi.
Arrivato davanti alla boccetta lo sentì ridere.
“Hai bisogno di una dose, non è così? Noi abbiamo tutte le dosi che vuoi, molte più di quelle che hai rubato, ti basteranno per tutta la vita se collabori”.
Vide la sua scarpa lucida allungarsi sopra la fiala, “oppure…” premette il piede sulla fiala “oppure muori”, la frantumò. Il contenuto, un liquido trasparente, si disperse sul pavimento. Un moto di rabbia le face avvampare le guance fino a premerle negli occhi. Non aveva solo rotto una fiala, aveva schiacciato una vita, la sua o quella di una delle persone che in quel momento aspettavano il suo ritorno.
“Tra poco non riuscirai nemmeno più a camminare, anzi probabilmente non dovremo nemmeno scomodarci ad ucciderti”.
Koel scattò fuori dal suo nascondiglio. Corse verso la porta. Il suono di uno sparo esplose dietro di lei. Poi un altro. Chiuse la porta alle sue spalle con uno schianto.
Un colpo l’aveva presa ad una spalla. Il sangue cominciava ad inzupparle la casacca. Si strinse la ferita con una mano. Il dolore arrivò a ricordarle che la sua vita era appesa ad un filo sottilissimo. Lo ignorò, certa che fosse una ferita superficiale, niente per cui valesse la pena rallentare. Correre era l’unica cosa importante. Scappare l’unica opzione. Lo scontro frontale non era contemplato quando l’assaliva persino il terrore di voltarsi per cercare il suo inseguitore.
Serviva un piano di riserva e in fretta.

Si fiondò giù per una scalinata di ferro rischiando di scivolare sulle ginocchia tremanti. Alla fine della corsa si nascose dietro una delle tante capsule di ferro posizionate ordinatamente tra tubi intrecciati. Sbuffi di vapore rendevano difficile vedere qualcosa. Tentò di riprendere fiato, ma ad ogni respiro ingoiava miasmi roventi. Deglutì per soffocare la nausea e quella sensazione di soffocamento. Aveva bisogno di una dose. La vista cominciava già a vacillare. Si sentiva stanca, avrebbe voluto chiudere le palpebre solo per un istante. Sapeva che quello era l’inizio.
L’aria avvelenata che si respirava in superficie funzionava così. Se non prendeva una dose di antidoto sarebbe morta presto.
Un grido riportò immediatamente la sua attenzione sul buio. Si rese conto di essersi quasi assopita sotto le palpebre pesanti. Doveva essere stata un’allucinazione, o almeno fu quello che si disse. Era notte fonda, era l’unica lì, era questa la ragione per cui aveva scelto d’infiltrarsi nei laboratori a quell’ora. Aveva elaborato un piano per l’occasione. Poi qualcosa era andato storto, aveva fatto scattare gli allarmi e adesso quel posto pullulava di agenti notturni.
Scacciò quel pensiero, il danno era fatto. La volta successiva, se mai ci fosse stata, avrebbe tenuto conto anche di sistemi di sicurezza che non erano segnalati sui progetti dell’edificio sotterraneo.
Nel silenzio ci fu un secondo grido, straziante. Una donna.
Questa volta era attenta, l’aveva sentito, ne era certa.
Gli occhi guizzarono da una parte all’altra in una ricerca frenetica, ma quello che vide intorno a sé, ora che prestava attenzione, erano decine di camere di stasi e al loro interno neonati sospesi. La luce rossa dell’allarme l’illuminava dando l’illusione che fossero immersi nel sangue.
Sentì urlare di nuovo e per un attimo ebbe paura di essere stata lei.
Cercò di trovare quella donna. Rischiò più volte di inciampare tra i tubi, ma alla fine la vide. Distesa su un lettino metallico. Era nuda, sudata, incinta, piangeva senza più voce. Aveva le palpebre quasi completamente calate, si aprivano con fatica mostrando occhi che vagavano ovunque senza fissarsi da nessuna parte, finché non la vide. La mise a fuoco con difficoltà. Le afferrò un braccio e così Koel trasalì.
“Uccidimi”
Non riuscì a capire.
“Uccidimi, ti prego” le parole si spezzarono in un altro grido che la fece piegare su se stessa.
“Non lasciargli prendere anche questo bambino, uccidimi!”
Koel si guardò intorno nella speranza di capire. I neonati erano legati a dei fili che seguì con gli occhi fino ad una postazione dove zampillavano gocce dense in fiale trasparenti, le stesse che portava nella borsa.
Vacillò. Fece qualche passo sulle gambe molli. Tutta la loro sopravvivenza sulla superficie di Keren pesava su neonati che non avrebbero mai aperto gli occhi. Milioni di persone per sopravvivere sacrificavano altrettanti bambini. Lei compresa. Consumava quelle fiale da quando aveva dodici anni.
Senza pensarci un solo altro istante sfilò il suo pugnale dalla cintura e lo affondò con violenza nel petto della donna. Emise un ultimo urlo, si agitò convulsamente fino a tossire rivoli di sangue che arrivarono a riempirle la gola. Alla fine lasciò la presa sul suo braccio, la mano ricadde immobile.
Sentì una porta aprirsi e poi la voce furiosa di un uomo bardato in una tuta bianca. Non appena lo vide avanzare verso di lei Koel tirò fuori la pistola e gli sparò. Senza esitazione. Senza pietà.
Decise di staccare la spina di quelle capsule.
Trovare i cavi di alimentazione e strapparli dalla parete fu un lavoro convulso, accelerato dal terrore di essere scoperta. Il panico la fece tremare ai margini di quel piano ideato con foga. Sarebbero morte centinaia di persone su Keren per quella follia.
Si maledisse mille volte e ogni volta tirò via la presa successiva.
Poi di nuovo un suono di passi rimbombò inesorabile sulle grate.
L’aveva raggiunta.
Lo aveva fatto con assoluta calma, come se non avesse fretta e probabilmente aveva ragione.





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