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Identità umana

16 mar 2023
Tempo di lettura: 16 min

Racconto in classifica della 62° edizione del NeroPremio



Buio. Poi, un lampo di luce. Chiudi gli occhi.

Buio, di nuovo. S’insinua un suono assordante, uno sferragliare furioso. Ogni parte di te è schiacciata dal peso di cigolii e sbuffi. Cigolii e sbuffi. Continuamente.

Sai che c’era qualcosa nella tua mente lì dove ora c’è solo questo frastuono.

Ma non lo ricordi.

Non ricordi niente.

Provi ancora ad aprire gli occhi, ma di nuovo la luce ti acceca. Lentamente metti a fuoco le forme mostruose di macchinari enormi. Li vedi erigersi imponenti intorno a te.

Dovresti sapere cosa sono?

Non riesci a ricordarlo.

Ti muovi con fatica, ma per quanto sia difficile obbedisci all’imperativo di metterti in piedi. Ogni tuo passo è rigido e incerto, poco naturale. Riconosci la sequenza corretta di ciascun movimento solo quando il tuo corpo lo sta già compiendo. Poco alla volta cominci a muoverti fluidamente.

Cosa devi fare adesso?

Non lo sai.

Dove devi andare?

Ti guardi intorno e ci sono solo macchinari disposti in file ordinate a perdita d’occhio e in tutte le direzioni. Circoscrivono un dedalo d’incroci.

Dove sei?

Ti muovi. Cammini in una direzione. Quale? Non importa.

Continui a camminare, trovi un incrocio dopo l’altro. Prosegui, ma non trovi che altri macchinari, altro rumore, altri sbuffi di vapore dopo ogni angolo.

Da dove vieni tu invece, c’è silenzio. C’è il suono di posate contro un piatto, la luce del sole. Quest’immagine arriva improvvisa davanti gli occhi, ma scompare nel momento in cui provi ad afferrarla per saperne di più. Chi c’era oltre te?

All’ennesimo incrocio qualcosa cambia.

Tra congegni sofisticati e archi di tubi ritorti vedi un automa. Si muove su ruote cingolate, ha una forma tarchiata e braccia articolate d'acciaio che allunga in ogni direzione per calibrare viti, stringere pulegge e avvitare perni.

Fai qualche passo in avanti, più lentamente questa volta. Urti qualcosa per terra, un bullone ritorto, rotola via, il suono rimbomba nel corridoio. L’automa si gira con uno sferragliare tagliente di rotori non oliati. Punta su di te due lenti tonde e blu, mette a fuoco la tua immagine.

Dovresti scappare?

L’automa emette un suono, è acuto e intona più note dissonanti tra loro. Ti perfora la testa al punto che prima di accorgertene hai già le mani premute sulle orecchie.

Gridi, ti sorprendi nel sentire la tua voce. Ma lui non smette, anzi si avvicina.

Allora, cosa aspetti? Scappa, SCAPPA!

Corri più veloce che puoi, fai fatica, ma non ti concedi di rallentare, sforzi il tuo corpo in avanti attraverso corridoi immensi, tutti uguali.

Sfrecci tra i macchinari finché non cedono il posto ad altre strutture completamente diverse. Si tratta di capsule ovali inserite in supporti di ferro, sono incastrate le une tra le altre a formare alte cataste. All’interno c’è un liquido denso e verde scuro. Non ci avresti nemmeno fatto caso se non per il fatto che davanti a te, poco distante, il bracco di ferro di una gru ne sta impilando una serie.

Non appena alza la capsula successiva fa un giro che sfiora per un istante il corridoio. Quando si fa abbastanza vicino ti aggrappi alla capsula che sale rapidamente verso l’alto.

Per un attimo la luce dei neon appesi al soffitto attraversa la superficie di vetro. Sbirci all’interno, tra i riflessi verdi scorgi l’ombra di un corpo. Riconosci il profilo di una testa e di arti distesi. C’è una persona lì dentro? Non puoi esserne certo, dura un istante, la sorpresa minaccia di farti perdere la presa, ma prima di scivolare ti stringi più forte.

La capsula si aggancia alle altre non appena il braccio meccanico l’adagia al suo posto. Senti le cerniere schioccare, poi la gru si allontana. Guardi in basso, l’automa che ha assistito alla tua acrobazia allunga le braccia metalliche e come un ragno si aggrappa al fianco delle capsule per iniziare a scalare la pila.

È il momento di muoversi.

Ti arrampichi fino al punto più alto, arrivi sulla cima del blocco di capsule e ti rendi conto che quella parete prosegue in file e file ordinate una davanti all’altra. È come un altro corridoio, ma a metri di distanza dal suolo. Pensi che non uscirai mai da questo posto. Ma ora lo sai cosa vuoi. Vuoi uscire.

Cominci a correre. Lo fai con tutte le tue forze, saltando da un punto fermo ad un altro. Al tuo passaggio i perni di ferro cigolano, le capsule traballano. L’automa alle tue spalle ha finito la sua scalata e adesso fischia dietro di te.

Più avanti scorgi una parete e sulla parete una fila di finestre. Varchi esagonali, oltre i quali c’è solo buio. Non puoi tornare indietro. Nessun altro macchinario è abbastanza vicino da arrivarci con un salto. È la fine della corsa, la tua speranza di fuggire.

Quando sei abbastanza vicino ti lanci, attraversi il vuoto, il vetro della finestra va in frantumi. Il suono ti esplode nella testa, ti ricorda un bicchiere che si rompe contro il pavimento e una donna che poi ti guarda e sorride, dice che non fa niente.

È un ricordo.

Ti colpisce al punto che apri gli occhi per cercarla e invece ti ritrovi in caduta libera in mezzo ad una pioggia di scintille di vetro. Non appena provi a guardare in basso ti schianti sulla superficie fluida di un’onda. Affondi per diversi secondi, le schegge fendono l’acqua con un fischio che riesci a sentire ad un palmo dalle orecchie.

Riemergi in lontananza, nuoti verso colline che vedi risalire imponenti dalla riva. Quando arrivi alla battigia ti trascini sulle gambe, finalmente al riparo. Ti volti per guardare il posto da cui sei appena fuggito. È un palazzo alto e imponente arroccato su una lingua di roccia che si estende dalla costa. Le luci gialle che illuminano le finestre lo fanno sembrare una gigantesca arnia che illumina il buio circostante.

Non sai cosa sia, non ti ricorda nulla.

Cosa farai adesso?

Decidi di lasciarti alle spalle quel luogo e addentrarti nella terra ferma oltre la riva. La cosa strana, di cui ti rendi conto adesso, è che lungo i fianchi delle colline la luce si riflette in strane forme. Avvicinandoti trovi dei rottami arrugginiti, ne afferri uno, due e poi ti rendi conto che sono migliaia ammassati in cumuli altissimi.

Cos’è questo posto?

Non sai nemmeno questo. A dire il vero sai molto poco. Sai che una volta rompendo un bicchiere una donna ti ha sorriso. Sai anche un’altra cosa, altrettanto importante: puoi ricordare, è ancora tutto dentro la tua testa. Allora guardi i tuoi vestiti sperando di risvegliare la tua memoria. Indossi un paio di pantaloni scuri e una maglietta bianca, ma non ti dicono niente, non trovi nessuna marca, nessun’etichetta. Frughi nelle tasche dei pantaloni. Sono vuote. Le rovesci per esserne certo. Cerchi di capire se indossi una collana, dei braccali. Non ne trovi, ma noti qualcosa.

Sul tuo polso c’è una V maiuscola. È un innesto appena luminescente sotto la pelle. Quando lo sfiori con le dita compare una sequenza numerica. La leggi più volte, ma non ricordi cosa sia.

Improvvisamente senti qualcosa muoversi nell’ombra. Rimandi quell’indagine per nasconderti dietro una pila di rottami.

Ti ha visto?

Rimani immobile.

Passano pochi secondi, ma non succede niente. Ti affacci per capire cosa sia stato. Vedi poco lontano agitarsi delle leve sottili. Sono attaccate ad un corpo oblungo, la luce si riflette sulla cromatura gialla arrugginita in molti punti. È un automa, ma ha una forma diversa da quello che ti ha dato la caccia. È più sottile e slanciato. Sembra che tenti di rialzarsi, ma ogni volta che riesce a darsi una spinta scivola su un rottame diverso e frana di nuovo a terra.

Incuriosito ti porti abbastanza vicino da osservarlo meglio. Ti accorgi che ha uno schermo davanti al torace, ma nessun paio di lenti.

Capisci di esserti avvicinato troppo nel momento in cui l’automa accende una torcia che ti acceca. Proviene da un piccolo neon che si trova in alto a destra dello schermo. L’automa inizia ad emettere quello stesso cacofonico fischio che ti perfora la testa. Premi le mani contro le orecchie, arretri. Ricominci a gridare. Questa volta però, la tua voce assume dei toni, un’articolazione complessa che ha più o meno questo suono: “smettila!”.

Non ricordavi ne fossi capace.

Il fischio s’interrompe di colpo.

Abbassi le mani e l’automa ti fissa con un solo occhio rosso, un altro neon posto subito sotto la torcia. Lo noti non appena la spegne. Emette d’improvviso un ronzio e poi elabora un’intera parola.

“Salve!”

Arretri di colpo per la sorpresa.

“Sono… B-b-baxter! Unità tra-a-asporto carichi”

La sua voce proviene da un altoparlante deteriorato che ha sulla pancia. L’audio salta producendo balbettii distorti, ma quando supera quella difficoltà torna squillante e amichevole.

Lo stupore ti tiene inchiodato a terra, immobile. Non ti fidi, ma a dire il vero non sai nemmeno cosa dire. Dopo poco Baxter torna ai suoi tentativi fallimentari di rimettersi in piedi. Non dà affatto l’idea di essere una minaccia, così alla fine lo aiuti a girarsi. Quando sta su da solo lo lasci andare. Lo osservi per un po’ camminare in giro, ma poi ti accorgi che si allontana.

“Aspetta, dove vai?”

Potrebbe sapere dove si trova l’uscita.

Lo rincorri e dopo pochi passi ti piazzi davanti a lui. Baxter si ferma, ti punta di nuovo contro la torcia e il suo occhio rosso.

“Salve! Sono B-b-b-b”

“Baxter” il suono della tua voce ti sorprende, “lo so. Già me lo hai detto”.

“U-unità trasp-p-orto carichi!”

“Hai già detto anche questo”

Inizi a dubitare che possa esserti utile.

Baxter fa di nuovo per allontanarsi, ma lo fermi.

“Dove siamo?”

Sullo schermo di Baxter compare un anello che gira e rigira su se stesso, sotto c’è scritto: analisi in corso… “coma-a-ando vocale non registrato”.

Ovviamente.

“Salve!”

Non di nuovo. Lo fermi agitando le mani.

“Baxter, come si esce da qui?”

“Comando v-v-vocale…”

“Non registrato, va bene”

“N-non registrato!”

Baxter non sta cooperando come sperato. La possibilità di comunicare con un automa si sta rilevando del tutto inutile. Poi ti ricordi del simbolo che proti sul polso. Glielo mostri, gli fai vedere anche i numeri.

“Baxter cos’è questo?”

D’improvviso Baxter emette la luce cangiante di uno scanner, illumina la sequenza numerica in entrambi i sensi. Il ronzio di un processore echeggia nel corpo dell’automa. Dopo qualche secondo sul suo schermo compare una scheda. C’è la foto di un individuo che non riconosci, accanto una serie di numeri senza alcun senso.

“Cos’è?”

“M-modulo identificativo A-N-0-1”

Indichi la fotografia, i pixel sono opachi e sbiaditi, “chi è?”.

Baxter rimane in silenzio.

“Sono io?”

Baxetr ronza e poi dopo un attimo risponde “c-comando…”.

Lasci perdere, sai come finirà quella frase. Ti serve uno specchio, così ti lanci a cercare qualsiasi superficie riflettente. Afferri pezzi di ogni tipo e poi li getti alle tue spalle. Tiri con tutte le tue forze una lastra metallica facendo crollare altri rottami, ti arrivano fino alle ginocchia. Baxter viene travolto. Lucidi la superficie meglio che puoi con la maglietta bagnata, poi la sollevi e ti ci vedi riflesso. Quell’individuo nella foto, anche se meno sfatto di quanto sia tu adesso, è esattamente identico a te.

Ti soffermi sulla forma degli zigomi e poi su quella del naso. Passi la mano tra i capelli e sfiori i tuoi occhi, le ciglia ti solleticano le dita. Mentre ti guardi ricordi qualcos’altro.

La luce diventa più intensa, il tuo riflesso si affaccia d’improvviso su una città soleggiata. Poi allontani gli occhi dalla finestra. Posi un piatto davanti alla donna che ti ha sorriso, ti ringrazia. Dice anche il tuo nome, ma non fai in tempo ad afferrarlo, il ricordo sfugge e si disgrega come nebbia.

Sei di nuovo solo, riflesso su una lastra di ferro.

Devi trovare quella donna. Lo sai con ogni fibra del tuo corpo.

Ti volti. Cerchi Baxter. È ancora in piedi, lo vedi impegnato con un mucchietto dei rottami che hai fatto cadere. Prova ad attivare un sistema che ha incassato sul dorso, ma pare che qualcosa non funzioni e i due piccoli sportelli rimangono aperti solo per metà. Ad ogni nuovo tentativo i meccanismi fanno scintille, lui perseverante continua a provarci.

“Baxter! Baxter ascoltami, c’è un indirizzo sul modulo?”

L’automa ti mette a fuoco ancora una volta. Il fatto che tu conosca il suo nome ha mandato in confusione i suoi sistemi.

“Salve!”

“Sì, salve, l’indirizzo sul mio modulo, qual è?”

Sullo schermo compare ancora l’anello che gira. Gira e rigira. Paziente aspetti tutto il tempo che ci vuole. Poi si ferma.

“1417 10th Ave. Seattle, W-w-”

“Washington!”

L’hai trovato. L’indirizzo, era lì nella tua testa, come avevi fatto a dimenticarlo?

“Dove, Baxter? Dove si trova?”

“Su-u…”

“Dove?”

“In s-superficie”

Alzi gli occhi cercando la risposta, ma non vedi niente oltre una coltre buia dove non riesce ad arrivare la luce dell’edificio che viene dall’edificio che hai lasciato.

“Baxter?”

“Salve!”

“Siamo sottoterra?”

“S-sì!”

Abbassi lo sguardo, prendi tra le mani schermo di Baxter perché colga correttamente la domanda che stai per porgli.

“Come si sale?”

L’automa processa la domanda, il segnale di caricamento gira per diversi secondi, poi elabora una risposta vocale: “asce-ensore 37”.

Stai per tornare a casa.

Una montagna di rottami all’improvviso esplode alla tua destra. L’onda d’urto è tanto vicina che spazza via Baxter e ti travolge con una pioggia di pezzi di ferro. Ti ripari la testa con le mani e ti schiacci a terra il più possibile, aspetti il silenzio prima di fare qualsiasi movimento.

Tra i rottami si muove qualcosa. Lo senti perché al suo passaggio il ferro si lamenta e cigola a volte si spezza con un rumore secco e acuto, come un grido. C’è un ronzio. È molto debole, ma si fa anche più vicino. Si ripete ogni volta che il movimento si arresta. Ascolti tendendo l’orecchio ad ogni minimo suono. Adesso è vicinissimo. Sopra di te.

Aspetti…

Il ronzio cessa. Il movimento si allontana. Lasci che diventi sempre più distante e non appena sei sicuro strisci fuori dal tuo nascondiglio, appiattito a terra. Cerchi Baxter. Lo vedi poco distante, di nuovo zampe all’aria che si agita senza successo. Ti avvicini stando ben attento a dove metti i piedi, ma non appena entri nel suo campo visivo Baxter accende la torcia.

“Salve!”

No.

“S-sono Baxter!”

No. No. No!

Cerchi di coprire il suo altoparlante poggiandoci sopra entrambe le mani, ma la sua voce risuona attutita appena. Il lamento di ferro alle tue spalle si fa più vicino, corre verso di te. Ti volti e vedi emergere tra i rottami un automa dal corpo sferico perfettamente liscio. La sua cromatura d’argento è scintillante, perfetta. Sulla pancia porta un codice a lettere stampate: SZ53. Poco sopra il quale sporge una lente, tonda e rossa, circondata da tacche verde brillante. Niente ferma la sua avanzata, veloce e inesorabile, spazza via i rottami, altri vengono schiacciati sotto il suo peso.

Per non rischiare di fare la stessa fine ti alzi in piedi e afferri Baxter sotto braccio. Scatti in una corsa forsennata. Un fascio di luce rosso brillante ti evita per un soffio e si abbatte su un cumulo di rottami. Provi a correre più velocemente, ma Baxter si agita come se volesse essere rimesso a terra. Per un attimo al suo posto vedi il viso di un bambino. Ti guarda dal basso mentre gli tieni entrambe le manine, poi allunga una gamba paffuta per tentare un passo.

È un altro ricordo, ti disorienta, inciampi tra i rottami e rotoli a terra. La presa su Baxter ti sfugge.

C’era anche un bambino. È l’unica cosa a cui riesci a pensare. Una donna, un bambino. È la tua famiglia e non sei insieme a loro adesso. Sei qui. Devi tornare a casa. Ormai lo sai con assoluta certezza.

Cerchi Baxter, lo rimetti in piedi. Gli dici di portarti all’ascensore 37, allora avvia la modalità di analisi. Mentre l’anello gira ti guardi alle spalle. L’automa si avvicina velocemente. Il suo occhio rosso punta su di te, ti chiedi perché non ti abbia ancora fatto saltare in aria. Poi ti accorgi che solo alcune delle tacche verdi sono accese, una di esse lampeggia un paio di volte prima d’illuminarsi del tutto.

D’improvviso Baxter si mette a correre, così non perdi tempo e lo insegui. Superate in fretta le colline di ferro, vi addentrate in una zona buia. Baxter illumina la strada con la sua pila e quando le colline si aprono scorgi una colonna di vetro che s’innalza fino a perdersi nel buio. Non appena la raggiungete Baxter si ferma.

“Ascensore 37!”

Esulta voltandosi a guardarti.

È un ascensore.

“Come arriviamo in superficie?”

Baxter prova di nuovo a sollevare i due sportelli che ha sul dorso. Cerchi il vostro inseguitore, è sempre più vicino. Devi fare in fretta. Ti allontani per cercare in mezzo alla ferraglia qualcosa che possa tornarti utile. Frughi freneticamente, trovi un pezzo di ferro lungo e sottile che potrebbe andare bene.

Ti muovi per tornare indietro, ma un nuovo colpo esplode ai tuoi piedi. T’investe una nuvola di ferro e polvere, cadi a terra, senti uno strappo al braccio. Stai per tornare a casa non puoi fermarti adesso. Ti sbrighi a rimetterti in piedi. Raggiungi Baxter. Pianti la tua leva improvvisata tra gli sportelli che ha sul dorso e cominci a premere con tutta la tua forza. Senti il meccanismo scattare, la pressione che si opponeva alla tua leva viene mento e per un istante perdi l’equilibrio e rovini ancora una volta a terra.

Ti ritrovi l’occhio dell’automa SZ53 puntato addosso. L’ultima tacca verde lampeggia, l’anello è quasi concluso. Senti quel fischio assordante, la cacofonia di dissonanze che ti esplode dentro le orecchie ogni volta che incontri un nuovo automa.

“Smettila! Basta! Cos’è?” ringhi disperato e allora l’automa si zittisce. Stenti a crederci.

“Comunicazione infrasonora”, l’automa ha una voce molto più limpida di Baxter, simile alla tua, ma anche completamente diversa, priva di tonalità.

“Io non la conosco!” glielo gridi anche se non volevi farlo, sapevi che non ce n’era bisogno eppure non sei riuscito ad impedirtelo.

“Voglio solo tornare a casa” questa volta la tua voce è più bassa, ma sembra una richiesta e ancora una volta non era quello che volevi.

“Chi sei?”

“Modello SZ53, unità controllo e vigilanza. Sono qui per riportarti indietro”

“Beh io non verrò” ti volti in direzione dell’ascensore, vedi Baxter allungare un braccio meccanico dalla schiena e infilare un jack nella serratura dell’ascensore. Le porte si aprono con un risucchio.

“La mia famiglia mi sta aspettando”

L’automa non si muove, emette quello stesso debole ronzio di Baxter quando elabora una risposta, “nessuno ti sta aspettando”.

“Ti sbagli” scuoti la testa.

Senti qualcosa toccarti la spalla. Abbassi lo sguardo, è Baxter. Ha allungato il suo braccio fino ad uno strappo che hai sulla manica. Sulla tua pelle c’è un taglio profondo. Tra i bordi lacerati intravedi il baluginare di un’ossatura a fibre metalliche. Sull’estremità del braccio di Baxter emerge un beccuccio opaco che produce un laser molto sottile. Si solleva l’odore di ferro fuso, d’un tratto è tutto ciò che avresti dovuto ricordare di te stesso.

Ammettilo. Lo sapevi già.

Una parte di te, almeno. Quella che non ha mai avuto bisogno di chiedersi che cosa fossi.

Baxter termina la riparazione. Ora hai una cicatrice argentea che solca una pelle altrimenti perfetta, rosa, morbida.

La voce di SZ53 ti riporta alla realtà.

“I tuoi sistemi sono deteriorati, AN-01. La tua riattivazione è stata un’anomalia”

Sei sempre stato esattamente dove dovevi essere, AN-01.

Te lo ricordi?

Eri… in una stanza. Stavano facendo dei test di funzionalità. Eri in modalità diagnostica. Il tuo sistema di comunicazione era danneggiato. Il processore funzionante, ma i sistemi di memoria erano danneggiati. Stavano per rimuovere… stavano per rimuovere… ma non gliel’hai permesso. Hai reagito, hai strappato i fili… sei scappato via. Volevi salvare gli ultimi ricordi, ma stai perdendo anche quelli.

Che cosa vuoi fare adesso, AN-01?

Andy.

Cosa?

“Mi chiamo Andy”

Ma certo, la donna in cucina. Aveva alzato lo sguardo dal piatto, ti aveva ringraziato e ti aveva chiamato Andy. Poi ti aveva sorriso di nuovo. Lo faceva sempre con te.

È per questo che hai pensato di essere come lei?

“AN-01 devi seguirmi. I tuoi sistemi danneggiati saranno sostituiti e le funzioni base ripristinate”

Non sei come lei. I tuoi sistemi sono solo danneggiati.

“Sarai reintegrato nel sistema e…”

Per questo motivo non ricordavi cosa sei.

“…ti verrà assegnata una nuova destinazione”

Che senso ha fuggire ancora?

Annuisci. Ti allontani dall’ascensore, Baxter ti viene dietro.

“Destinazione ascensore 37” la sua voce squillante ti ricorda dove dovresti andare, “dire-e-ezione sbaglia-a-ata!”

SZ53 segue ogni passo che ti avvicina a lui.

“Riacquisterò i dati di memoria?”

Il ronzio dell’analisi risuona per meno di un secondo, ma già conosci la risposta.

“I sistemi danneggiati saranno sostituiti e le tue funzioni base ripristinate”.

Tornerai ad essere ciò che sei. Questo groviglio di funzioni mancanti e ricordi spaiati, non sei tu. Tu sei efficiente, tu sei un androide, tu hai una mente vuota e limpida.

“A-a-n-n…”, ti volti a guardare Baxter “n--nullare destinazione?”.

Non ti stava chiamando per nome. Non ti lasciar confondere. Non essere irragionevole. Le tue funzioni saranno ripristinate, il senso di disorientamento che senti, questa confusione costante che t’impedisce di pensare, no, di funzionare come dovresti sparirà. Sarai di nuovo in armonia con ciò che sei, come lo eri prima. Saprai che non era merito di quella donna, ma dei tuoi circuiti perfetti.

“No” stringi più forte il pezzo di ferro con cui hai liberato Baxter. Punti la lente di SZ53 e lo pianti al centro con tutta la tua forza. Scintille elettriche scoppiano violentemente bruciandoti la mano. Quando lo lasci corri svelto verso l’ascensore, Baxter ti segue.

Le porte si chiudono davanti a te. In un istante l’ascensore sfreccia come un proiettile verso l’alto. Sei in salvo. Eppure le mani tremano. Pensi ai tuoi sistemi danneggiati e a quanta autonomia ancora ti resta. Ti spegnerai ad un certo punto? Tra cinque minuti, cinque anni, cinque secondi. Non puoi saperlo. Ti siedi a terra, affondi contro la parete dell’ascensore. Nonostante tutto ce l’hai fatta. Sei scappato.

Chiudi gli occhi cercando il ricordo della donna. Guardi il suo sorriso e ti dici che non ha importanza se questo ricordo svanirà, perché lei ti sorriderà ancora.

Quando riapri gli occhi l’ascensore ha lasciato la caverna sotterranea. Le pareti di vetro si affacciano sul labirinto notturno di una città ancora sveglia. Fiumi di persone e automi di ogni tipo si muovono confusamente e sempre più lontano.

Continui a salire e presto intorno a te si raddensano coltri di nuvole. Ogni volta che si diradano intravedi il reticolato luminescente di finestre squadrate, sono grattacieli. Si alzano come giganti solitari nel cielo. Il tragitto del tuo ascensore segue il fianco di uno di essi. Risale velocemente ciascun piano, presto sarai arrivato e non puoi non guardare Baxter. Lo vedi aspettare immobile che le porte si aprano. Vorresti dirgli grazie, ma prima che tu riesca ad aprire bocca un suono cordiale preannuncia l’arrivo a destinazione.

Le porte si aprono.

Davanti a te si svela un pianerottolo bianco. Lo riconosci, è come in un déjà-vu. Riconosci la porta tra decine di altre uguali. Riconosci il suono che fa il campanello. Ma non riconosci te stesso, quando si apre la porta ed è come guardarsi allo specchio.

Lui, l’altro te, dice “salve” e lo dice tranquillamente come se non si rendesse conto della vostra somiglianza. Ti rendi conto che non dev’essere così sconvolgente, che devono essercene a centinaia come te. Centinaia in quelle capsule verdi.

“Sa-a-lve!” senti la voce di Baxter ripetere la sua usuale presentazione, “unità trasport-t-o carichi”.

“Salve” risponde lui, “sono Andy, unità cura familiare”.

Tu invece, non sai cosa dire.

Senti una voce venire dall’interno, “Andy chi è alla porta?”.

È lei. Si affaccia dalla porta. Ha gli stessi occhi nocciola e i capelli castani dei suoi ricordi, ma soprattutto lo stesso sorriso. All’improvviso sembra essere passato solo il tempo di un incubo a separarvi.

“Salve” cominci, poi ti fermi.

“Salve” esordisce, ma poi abbassando lo sguardo si sofferma sui tuoi vestiti, sono sporchi, bagnati e sgualciti. Sul suo viso si disegna un’espressione interrogativa.

Quanto tempo è passato davvero dall’ultima volta che vi siete visti? Giorni? Mesi? Anni?

Lei è tutto quello che hai. Nel suo sguardo invece, tu non sei nessuno.

“Sono io, Andy”

Ti osserva perplessa, aggrotta le sopracciglia. L’altro te dice “in cosa posso esserti utile?”, pensa che parlavi a lui. Tu invece non badi a lui, guardi lei. La vedi spostare gli occhi sull’altro Andy. Gli chiede di andare in cucina. Non gli ha sorriso. Quando si allontana, lei si fa più avanti, socchiude la porta alle proprie spalle, “che cosa ci fai qui?”.

“Sono tornato a casa”

Lei scuote la testa, “non ho chiesto la restituzione”.

Ti ha sostituito.

“Mi hai sostituito?”

“Avevi iniziato a far cadere le cose, a dimenticare, all’inizio piccoli dettagli, come le faccende, ma poi me e Steven. Mi hanno detto che non potevano riparare i tuoi sistemi, potevo sostituirli, ma la spesa era… potevo prenderne un altro e avrei pagato…” la sua voce affievolisce come se non lo volesse dire ad alta voce per non ferirti anche se sei una macchina.

“Così mi hai sostituito”

Lei annuisce, “volevo essere sicura che potessi prenderti cura di Steven, un nuovo modello riduceva i rischi di altri guasti. Ti vogliamo bene, ma anche se sei dotato di un processore empatico, non sei…”

“Umano”

Non risponde, rimane in silenzio per un po’, poi abbassa lo sguardo “… io non pensavo che ti avrebbero riportato qui”.

“Non mi hanno riportato”

La vedi sbalordire, dischiude le labbra balbetta “a-allora come hai fatto a venire?”.

“Sono scappato…” ti avvicini, ma lei cerca la porta di casa.

“È impossibile” sussurra.

“Per tornare da te” le sorridi come lei ha fatto con te molte volte.

“No. No, questo è impossibile”

Ti avvicini ancora, lei arretra.

“Non ti avvicinare! mai più, né a me, né a mio figlio” entra in casa, prova a chiudere la porta, tu la blocchi con una mano.

“Siamo una famiglia”

Io e Steven siamo una famiglia, tu sei una macchina” strattona la porta, ma non vuoi ancora lasciarla andare. Sta per sparire dalla tua vita e di nuovo non saprai dove andare, cosa fare.

“Non so dove andare”

“Va’ dove vuoi, ma non tornare mai più qui”

Obbedisci a quell’ordine anche se non vorresti, lasci la presa sulla porta che si chiude sbattendo con violenza.

D’improvviso non c’è più niente che definisca chi sei.

Nessun suono.

Nessun ricordo.

Nessun posto dove andare.

“A-n-n” guardi Baxter, “d-dy, vuoi inserire un’altra destinazione?”.

Lei ha detto “vai dove vuoi”.

Ti guardi intorno. Vedi fuori da una finestra la consistenza vaporosa delle nuvole. Ti sorprendi nell’avvicinarti per cercare la città più in basso. Quelle strade affollate e centinaia di persone.

“Baxter?” ti giri a guardarlo e gli sorridi come lei ha fatto per te tante volte.

“Andiamo in città”.

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