top of page

Patafisica e la macchina impossibile

29 dic 2022
Tempo di lettura: 7 min

Racconto sfortunato. (Spero lo amerete quanto lo amo io)



Pierre Devineau. Alchimista. Esperto della fine arte del sapere trascendentale, in altre parole di quanto non è riconducibile all'esperienza, ma la rende possibile.
Lui studia La Materia. Le molecole. Gli atomi. I bosoni. E così via, sempre più giù nel microspazio fino alle particelle elementari che sono l’essenza dell’esistenza.
Non c’è niente – niente! - che non faccia parte della sua eclettica conoscenza, o che sfugga ai suoi interessi di studio.
Ed è qualità imprescindibile di ogni mente grandiosa la totale incapacità a piegarsi alle regole dell’ordine, il caos regna nella sua vita tanto che ne è sommersa, affogata, dispersa, probabilmente morta. Nella confusine del suo laboratorio, che è anche la sua casa, ma più il suo laboratorio, ci sono provette, tubi, incartamenti, libri, teorie inconciliabili, idee, genio. Tutte queste cose si sono impossessate di ogni superficie tangibile contenuta nello spazio universale del suo appartamento.
Ogni esperimento di Devineau ha un unico grande scopo, trovare la sorgente di tutte le cose, la particella della creazione. Credono che sia il bosone di Higgs, ma Higgs non ha capito niente, nessuno ha capito niente. Al confronto con la sorgente della realtà la particella di Higgs è una gigantesca cascata, la verità è una minuscola entità invisibile da cercare tra le cose invisibili, eppure in bella vista, proprio lì davanti agli occhi di tutti per prendere in giro tutti, anche lui, ma non per molto.
Avventuriero di mondi microscopici e immensi, farà propria la scintilla della creazione.
Freme già nelle sue mani la sensazione di possedere quella conoscenza, può sentire quella smania esaltante innalzarlo al di sopra di tutti gli altri. Per adesso però, si limita a stringere la bottiglia con cui brinda a se stesso e al completamento del suo lavoro monumentale.
Ammira estasiato il suo mastodontico progetto di distillazione ormai realizzato, con esso arriverà a separare la materia dalla sua essenza e la farà sua, proprio lì, in quel momento, quella notte, immerso nell’inconsapevolezza ottusa delle case sonnacchiose di Rue de la Fontaine.
In uno squallido sottotetto in affitto si compirà la storia.
La struttura di sua creazione, progettata e costruita da lui, mai brevettata per non lasciare traccia di quel segreto, consiste in cinquemila metri di microscopici tubi capaci di far passare a stento uno spillone e poi sempre più sottili fino a quando non passerà che l’origine del mondo costretta in un’ampolla di vetro. Pura essenza di Dio, in un numero approssimativo di quindici milioni quattrocentomila particelle, stando ai suoi conti.
Cammina febbrilmente come colto da uno stupore magnetico che lo attrae da quella e l’altra parte del suo progetto per controllare che ogni dettaglio sia al suo posto prima del grande inizio. E poiché cammina, scavalca tubi, tira cinghie e manovra ruote cigolanti, causa un insistente scalpiccio unitamente a rumori rimestati.
La signora che abita al piano di sotto, che è anche la padrona di casa, chiama quei suoni fracasso, anzi un gran fracasso infernale. Sale furente e bussa alla porta del suo molesto affittuario.
Toc toc.
Nessuna risposta. Pierre la ignora, se ne andrà, o forse no, non ha importanza, quel pensiero rimane confinato alle sue orecchie tant’è incredibilmente affollata la sua mente di grandezza.
Toc toc toc!
Il bussare diventa un battere prepotente contro la porta e poi: “Devineau! Devineau! Per l’amor del cielo, apra! Cosa sta combinando lì dento? Si ricordi che posso trattenere il suo deposito cauzionale per qualsiasi danno alla mia proprietà. Mi sente?”. Pierre dubita che il deposito possa essere abbastanza per ripagare la sua casa e quelle del vicinato se l’esperimento dovesse andare male e, come dire, esplodere. Ma d’altronde non avrà alcuna importanza perché a quel punto saranno tutti morti. Meglio la morte di un fallimento. Poco ma sicuro, si dice.
La signora però, insiste, non ne vuole sapere di mollare l’osso, è rigida e perseverante come ogni brava donna francese, ma in fin dei conti anche una brava donna e basta. Gli porta sempre un piatto con quello che le avanza dalla cena, se avanza. “Sei magro come un chiodo”, glielo dice spesso, anche che è pallido e allampanato, ma fa parte di quella schiettezza tutta parigina che è un po’ anche un complimento perché s’interessa, ma non vuole darlo a vedere fino in fondo.
Alla fine, esasperato, Pierre le apre. La donna non appena lo vede sussulta terrorizzata. Lui ricorda di togliere i grossi occhialoni e il respiratore che indossa perché i fumi delle sue miscele non gli facciano perdere la vista e l’olfatto, la testa, ma forse per quella ormai è tardi.
“Finalmente! La stavo proprio aspettando, signora Dubois!” grida, ma non ci bada, non ha ragione di contenere l’entusiasmo, pensa che le grandi svolte debbano essere rumorose, fare scalpore. La donna lo guarda stizzita, ma anche un po’ curiosa, non in quella maniera genuina dei bambini, più da vecchia impicciona.
“Di cosa sta parlando, Devineau?” glielo chiede brusca con l’aria di chi vuole una risposta subito, e allora lui si volta in direzione del suo appartamento. Solo quando Pierre le lascia spazio per vedere meglio, la donna strabuzza gli occhi. La casa è un disastro. Un macello, una discarica, un porcile. Non ci sono sufficienti metafore per definire la sporcizia ammassata dovunque posi lo sguardo.
“Signora Dubois! Lei assisterà all’evento che cambierà la storia dell’umanità, ancora più sconvolgente della scoperta di Joseph Priestley, del sogno di Friedrich Kekule, della penicillina di Alexander Fleming!”, Devineau ne sembra assolutamente convinto, è estasiato. Alla signora Dubois invece sembra un pazzo invasato e quasi ha paura di rispondere per non innervosirlo. Lancia occhiate costernate tutt’intorno per carpire che droga abbia preso, si domanda confusa se debba chiamare un ospedale, o la polizia, o un esorcista.
“Ho deciso di eleggere questo momento a giorno zero, se lo segni, signora Dubois. La nascita di una nuova era! Forse domani avrò raggiunto una consapevolezza della materia talmente elevata che non sarò più parte di questo mondo come entità fisica, ma esisterò al di sopra, esattamente come Dio”.
La donna lo guarda perplessa, non ha capito una parola, ma ora ha deciso per l’esorcista, don Bernard ne conoscerà qualcuno. “Se sparisce nell’aria si ricordi di lasciarmi i soldi dell’affitto e rimetta tutto in ordine”, si affretta verso la porta, non vuole rimanere un attimo di più.
Pierre si fionda ad afferrare la donna che già si divincola spaventata. “Dove va? deve assistere!”, ogni grande momento ha bisogno del suo pubblico, tanto più che forse l’indomani potrebbero essere entrambi morti.
Anche se la signora Dubois è recalcitrante riesce a trascinarla attraverso l’intricato labirinto di tubi e macchinari fino ad una leva, “ecco! Ci siamo quasi, quanto è eccitante, non trova?”. No, a dire il vero lei non è d’accordo, ma ora non può fare altro che assecondare quel pazzo, e intanto già pensa che chiamerà il figlio della vicina per farlo sbattere fuori casa.
Con una serie di inutili salamelecchi alla fine, solenne, Devineau abbassa la leva.
Cigolii e vibrazioni corrono per ogni angolo dell’appartamento, da un capo all’altro, duecento millilitri di una miscela da lui ideata scorrono ad una rapidità allarmante nei tubi, con un rapporto vibrazionale per secondo rispetto alla risonanza della materia di sessantaquattromila per dodici elevato al peso specifico della componente molecolare. Tutto questo sotto la semplice forza della spinta idrostatica. In questo modo il surplus di materia inutile viene sparato fuori in sbuffi di vapore incandescente.
Le luci sfarfallano, l’umidità è bollente, l’indicatore della temperatura del marchingegno schizza al di là della fascia rossa di pericolo. Il fischio che risuona improvvisamente è così assordante che la signora Dubois si preme le mani sulle orecchie e urla di spegnere quel maledetto affare. Forse ora ha capito che rischia di saltare tutto in aria, lei compresa. Chiamerà i pompieri prima di tutto, poi la polizia e anche un avvocato, il figlio della vicina. Sfugge alla presa del suo aguzzino facilmente, perché adesso Devineau ha gli occhi fissi sull’ampolla in cui distillerà il potere di Dio. Colta dall’urgenza delle sue chiamate se la svigna dando al suo ex affittuario del pazzo.
Al limite della pura estasi l’alchimista aziona il pulsante di rilascio. Le lampadine di tutto l’appartamento esplodono in una pioggia di scintille. Poi con una spaventosa cacofonia metallica il contenuto all’interno dei tubi s’infiamma. La macchina si arresta di colpo, il fuoco si consuma e il distillatore non emette che uno sbuffo di fumo. La stanza si riempie di un leggero, ma inconfondibile profumo di zolfo.
L’esperimento è fallito.
Pierre Devineau ha fallito.
La stanza si riempie di fumo. L’alchimista tossisce, sente la gola stringersi dolorosamente così apre una finestra per lasciar passare l’aria.
Fuori la sera è muta. Si sente solo lo scrociare pesante della pioggia. Il freddo gli punge sulle guance che gli bruciano di delusione.
Anni di lavoro e studio.
Spazzati via.
Si dice che non è abbastanza. Lui non è abbastanza.
Si arrampica sulla ringhiera.
Se non può avere la sua opportunità di essere grande allora tanto vale farla finita.
Guarda in basso, non c’è nessuno. Morirà senza che qualcuno veda la sua ultima impresa. L’unica che gli riuscirà mai.
Guarda in alto, il cielo è coperto da nembi lividi che vomitano pioggia da ore.
Un lampo squarcia il buio.
“Non ridere di me!” grida paonazzo, folle di rabbia “vuoi umiliarmi? È questo che vuoi? Pensi che non sarei in grado di essere te? Io sarei grandioso al posto tuo!”
Urla la sua delusione al vento finché non ha più fiato.
Quando ormai è esausto ha smesso di piovere.
Ansima penosamente per riempire i suoi polmoni inutili. Il fiato gonfia nuvole di condensa davanti la su bocca orribilmente dischiusa.
Il silenzio gelido che gli attacca i capelli sudati alla fronte cala anche nella sua mente.
E d’improvviso di nuovo tutto è chiaro.
Ma certo!
Ha sbagliato la miscela di polveri metalliche, la macchina non può aver fallito, ha solo fatto male i calcoli! Serve più energia, molta più energia. È lampante, ovvio, come ha fatto a non pensarci?
Deve solo provare ancora una volta.
Solo un’altra volta.

Commenti


© 2035 by T.S. Hewitt. Powered and secured by Wix

bottom of page