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Trincea bianca

29 dic 2022
Tempo di lettura: 10 min

Racconto vincitore del Premio Speciale della XVI Eidione del Concorso Letterario Internazionale "Napoli Cultural Classic" del 2021.



Mi hanno detto che non dovrò tornare al fronte, sono congedato. Devo ringraziare la scheggia di una pallottola, si è piantata vicino le vertebre così ho una parziale zoppia. Sono un ufficiale di fanteria del regio esercito italiano, eppure tutto ciò a cui riesco a pensare è: grazie, Dio. È finita. Sento un dolore al petto perché lascio indietro i miei uomini, in mezzo alle spietate lande della Russia. Ma piango tutta la notte perché mi sento sollevato. Torno a casa. Torno da Agata. Dal letto di ospedale le ho scritto una lettera per darle la notizia del mio arrivo e l’avrà capito che non riuscivo a trattenere le lacrime. Il dolore viene spazzato via solo dal ricordo delle campagne che circondano la nostra casa e si fanno verdi d’estate. Voglio sudare sotto il sole e poi tornare a casa alla fine del giorno dove c’è il profumo della sua cucina. Voglio tutto questo e piango. Dio, grazie.
Parto su un bombardiere S.81, un gioiellino che chiamano il pipistrello perché di solito viene impiegato in missioni notturne. Sul fronte russo però, a causa dell’enorme estensione della linea di conflitto, alcune unità sono destinate per l’evacuazione dei feriti. Mi hanno caricato sul retro insieme a sacchi pieni di lettere e a Tullio. Non fa parte della mia brigata, ma non mi sembra poi tanto diverso dai miei ragazzi. Il suo volto pallido si fa se possibile ancora più bianco mentre l’areo prende quota. Mi chiede – ma forse parla più con se stesso – come facciano a pesare tonnellate e a restare in aria, è contro le leggi di Dio. Non ne ho idea, ma gli dico che so come smettere di pensarci. Gli passo la mia fiaschetta, dentro c’è della vodka che ho trovato tra i resti bruciati di un casolare.
Scopro che Tullio è un artigliere, mi racconta che si è graffiato con il filo spinato e ora forse dovranno tagliargli il braccio per via della cancrena. Torna a Peretola dove cercheranno di salvarlo, sembra aggrapparsi a quella speranza come al fianco dell’aereo, in trincea me l’immagino fare lo stesso con il suo fucile. È solo un ragazzo, forse ancora non lo capisce, ma quel filo spinato gli ha salvato la vita.
Sul rialto centrale russo, poco distante dal Don verso cui sta marciando il fronte italiano, tentano di abbattere il nostro aereo. Tullio si schiaccia a terra, allora mi tuffo a proteggergli la testa, tiro fuori persino l’arma, poi mi rendo conto che non ho nessuno a cui sparare. Non mi resta che sperare, proprio come fa Tullio, che l’areo resti in quota. Cerco tra i miei ricordi quello che vorrei fosse l’ultimo, ma mi afferra solo il doloroso rimpianto di non riuscire a tornare da Agata. Rimaniamo così per molto tempo. Superato il confine gli scossoni cessano. Torno a respirare e penso sia un miracolo. Aiuto Tullio a rimettersi a sedere, gli dico che un po’ di movimento rende il viaggio interessante, lui mi sorride poco convinto, non lo biasimo.
Atterriamo incolumi. Bacio la croce che porto al collo e poi carico il borsone sulle spalle. Scopro che il pilota che mi ha salvato la vita si chiama Cesare, gli stringo la mano e lo ringrazio. Regalo a Tullio la mia fiaschetta quando lo vengono a prendere. Io rifiuto la carrozzina con cui vorrebbero portarmi in ospedale. Ci arriverò sulle mie gambe. Camminare non è facile, ma mi costringo comunque a farlo da solo, non accetto aiuto perché anche se sono grato di essere vivo porto con me questa consapevolezza come fosse una vergogna. Mi sento alla stregua di un disertore.
Invece ero un ufficiale. Ripenso al momento in cui mi hanno puntato al petto quella carica togliendola dal cadavere del mio superiore. È morto assiderato. Non ha avuto l’onore di un colpo di fucile. Ha chiuso gli occhi, si è addormentato e non si è mai più svegliato. Il ricordo mi fa rabbrividire fin dentro le ossa mentre guardo il medico che guarda le mie radiografie, mi dice ancora una volta che non tornerò al fronte. La scheggia non si può rimuovere, almeno per adesso. Seguono paroloni che non afferro, eccetto la raccomandazione di tornare con scadenze periodiche. Gli dico che la zoppia non mi crea problemi, ma mi suggerisce comunque un bastone che gli prometto mi procurerò presto. Adesso voglio solo tornare a casa.
Prendo la corriera che mi porterà da Peretola fino a Bologna. È piena di persone, alcuni sono soldati in licenza. Uno di loro mi offre una sigaretta, mi chiama ufficiale, io vorrei dirgli di non farlo. Ho lasciato un ragazzo come lui in Russia, uno che si fidava di quello che dicevo e divideva con me le stecche che gli rimanevano. Mentre guardo il sole calare all’orizzonte lo immagino solo con le ginocchia affondate nel fango ghiacciato. Forse un soldato russo ha il fucile puntato nel buio, aspetta solo si accenda una sigaretta per sparargli. Spero che qualcuno gli dirà di stare giù ora che io non posso più farlo.
Il resto del viaggio lo trascorro cercando di dormire, le chiacchiere dei ragazzi mi ricordano ciò che sto lasciando, io invece voglio solo pensare a ciò a cui sto tornando. I baci e le carezze, i sorrisi di Agata. Sono affettuosi anche quando ride di me, del modo in cui so perdermi nei miei pensieri e dimenticarmi dei più piccoli dettagli. Sono proprio quelli che cerco di ricordare, uno dopo l’altro li vedo riflessi nel vetro dove la notte ha oscurato tutto il resto.
Mi sveglio di soprassalto. Il ragazzo che mi ha offerto la sigaretta mi ha scrollato, ma devo averlo afferrato con violenza perché ora mi guarda scompigliato e con gli occhi sgranati. Lascio andare la presa sulla sua giacca all’istante, mi scuso, lui mi dice che non c’è problema. La guerra ti incasina il cervello, dice proprio così, ti incasina il cervello. Gli rispondo che a me ha incasinato solo una gamba, il resto sono solo brutti incubi, se ne andranno.
A Bologna mi sento un po’ più vicino a casa, ma ancora non abbastanza. C’è un cielo grigio e odore di smog. Mi sono dimenticato di quest’odore e della confusione, di tutte queste persone che camminano senza una divisa, non hanno le ghette sporche di fango, né un fucile sottobraccio, nessun pericolo all’orizzonte solo una vita frenetica, disordinata e distratta. Mi stringe il cuore, perché proteggevo questa sconsiderata quotidianità che conosce la guerra solo sui giornali. Tutto il buio e il freddo vengono cancellati da una donna che tiene la mano della sua bambina. Voglio un figlio, Dio, lo voglio anche se l’inferno batte alle porte, anche se gli aerei esplodono nel cielo e a volte ho la sensazione che nessun posto sia sicuro, non importa, sto per tornare da Agata e avremo una famiglia.
Cammino fino a casa di Ezio, un vecchio zio che quando mi vede esplode in un’espressione sorpresa e poi mi abbraccia. È passato tanto tempo, è vero. Troppo. Mi dice che sono dimagrito e anche questo è vero. Mi ospita per cena, Maria cucinerà e sarà come fosse Natale, ma per quanto mi piacerebbe gli dico che non ho intenzione di rimanere a lungo. Sono venuto per la mia auto, quella che ho lasciato a lui prima di partire. Mi dice che non la usa da mesi perché la benzina costa troppo, ma l’ha tenuta perché sapeva che sarei tornato.
Ezio mi chiede ancora di rimanere per cena e dormire da lui, si farà un po’ di spazio, non è un gran problema. E poi la macchina è ferma da troppo tempo, non è sicuro nemmeno che si accenda. Però, non appena ci metto le mani è come ritrovare vecchie sensazioni. Il motore alla fine si accende e vibra roco sotto il volante ed è tutto quello che mi serve. Prometto ad Ezio che tornerò presto insieme ad Agata e allora sarà davvero come fosse Natale. Forse lei per allora mangerà per due, gli suggerisco di mettere da parte qualcosa in più e questo lo fa scoppiare a ridere. Quando ride mio zio ha una risata fragorosa, rimbomba nel petto e risale fino alla gola dove gratta rumorosamente. Mi era mancato, davvero tanto. Adesso devo andare, mi saluta con un’ultima pacca sulla spalla.
Quando lascio la città mi accolgono le campagne. Più m’inoltro più la terra mangia via l’asfalto e i muretti di pietra infestati di rovi si stringono ai margini di una strada tutte curve. Le erbacce e i cespugli crescono lussureggianti, più in là strisce di bosco si scorgono di tanto in tanto su prati in pendenza tagliati dai campi. Mi sento finalmente libero e anche se fa freddo tengo il finestrino abbassato per sentire l’odore della mia terra. Grazie, Dio, di avermi riportato a casa. Grazie per gli uccelli e il frinire delle cicale. Grazie per ogni cascina e per le mucche, i cavalli e le balle di fieno. Grazie per il verde. Non mi sono mai reso conto di quanto la vita possa essere dolce nel diventare così semplice.
Il sole tramonta alle mie spalle. Di notte sulla campagna scende un buio pesto, non c’è luce lungo la stradicciola che attraversa il terreno pianeggiante, nemmeno quella della luna, coperta da strati lividi di nembi. L’umidità si raddensa insieme alla notte, così alzo il finestrino a manovella fino a chiudere ogni spiraglio al vento.
Dopo un po’ comincia a nevicare. Il verde che si era fatto cupo si trasforma in un bianco accecante davanti ai fanali. Rallento per non rischiare di scivolare sul terreno che ghiaccia, ormai non devo essere lontano. Non trovo insegne che indirizzano verso Ca’Emo, pensavo di conoscere la strada, ma con questo buio ogni cosa sembra estranea. Il paesaggio che ricordo è di una bellezza suggestiva, fuori dal comune, ne conosco ogni filo d’erba, ma ora mi rendo conto che questo o l’altro solco forse sono nuovi e quella curva che ho appena superato fa una strana deviazione che ora non mi pare sia giusta.
Uno strano disagio mi stringe il petto al punto che di tanto in tanto devo prendere respiri profondi. Fa freddo. Me ne rendo conto con più insistenza quando nuvole di condensa si gonfiano e sgonfiano davanti al mio viso. Le mani tremano mentre cerco a tentoni di accendere il riscaldamento, ma attraverso le bocchette entra solo aria gelida. In un impeto di frustrazione do un colpo al cruscotto, non ne vado affatto fiero e comunque non ha alcun effetto.
Non è un problema se il riscaldamento non funziona, conosco il freddo. Mi stringo nella giacca e stringo anche i denti perché manca poco, quando arriverò a casa ci sarà il caminetto acceso, la cena già pronta e Agata sulla porta. Riesco ad immaginarla alla finestra della nostra casa, è una costruzione semplice di un periodo architettonico più antico e saggio, circondata da alberi da frutta e campi. La vedo fissare il buio in attesa del mio arrivo, cercare una luce senza mai trovarla, quante volte sarà sussultata convinta di avermi visto? Ma io sono vicino, ne sono sicuro.
Un gemito pietoso proveniente dall’auto mi strappa dai miei pensieri. Fa seguito un forte schioccare metallico, uno scricchiolare e cigolare, poi le luci dei fari sfarfallano e il motore in un ultimo straziante lamento si spegne. Dopotutto Ezio non aveva torto su questo maledetto trabiccolo. Faccio in tempo ad accostare, anche se ormai la strada quasi non si vede. Esco sotto la neve che s’infila dappertutto. Alzo il cofano per studiare il motore, dopo un inconcludente avvitare e svitare e per lo più strizzare d’occhi per via del buio, concludo che la batteria è a terra. Ci vuole un lungo orribile minuto per realizzare che non c’è verso di far ripartire l’auto.

Mi guardo intorno. Non ci sono lampioni lungo la strada, non c’è una casa, né una pompa di benzina. Non c’è niente. C’è solo neve, dovunque guardi. E un silenzio che ti schiaccia. Lo sento premermi contro le orecchie. Sono in piedi in mezzo ad un campo desolato, ma non posso essere lontano, così comincio a camminare. In trincea non si può rimanere fermi. Se ti fermi e sei allo scoperto, allora sei morto. Devi essere sempre in movimento per rimanere caldo.
Dopo un po’ riprendo fiato e mi guardo intorno. C’è buio e neve a perdita d’occhio. Non vedo più nemmeno la macchina e questo mi fa sentire più solo di prima. Mi rimetto in cammino e cerco di pensare alla mia casa, mi sembra di non fare altro da tutta la vita. La mia casa, come una barca in mezzo al nulla, dev’essere lì nelle tenebre davanti a me, solo un passo più avanti. Agata è alla finestra. Il fuoco nel camino. Immagino di essere lì con lei, al caldo, anche se è difficile ora che comincio a battere i denti. Non può essere ancora molto lontano.
Mi costringo ad avanzare nonostante la stanchezza e il dolore alla gamba, arranco piegato in avanti contro il soffio del vento. Sono così stanco che per un po’ chiudo gli occhi mentre cammino. Ripenso al mio ufficiale. Non so se abbia fatto un bel sogno prima di morire, o se sia morto nel buio senza nemmeno rendersene conto. A volte ho paura che la sua anima sia ancora intrappolata dentro il suo corpo, nell’attesa eterna di aprire gli occhi.
Non so se è il freddo, la stanchezza, o questo maledetto silenzio, queste distese sconfinate e buie senza un’anima viva che possa dirmi se è realtà o una follia, ma non sono più sicuro di essere a casa. Il dolore della marcia è lo stesso. Il freddo che mangia le mie mani è lo stesso. L’odore della neve che si mescola a quello delle cortecce umide è lo stesso del fronte.
La Russia è un paese inospitale, ti gela l’anima insieme al resto, finché non senti più un centimetro di pelle. Ti chiedi se non sei già morto, se questo corpo che si porta avanti attraverso distese bianche di città abbandonate e campagne date alle fiamme, non sia solamente un cadavere che avanza al passo di marce forzate. Ma non è così. Tu continui ad essere vivo e continui a camminare in quella tomba di carne e ti convinci che la fine non arriverà mai abbastanza in fretta.
Non lo so se morirò anche io, se la mia casa esiste ancora, o se sono già morto da tanto tempo in mezzo alla neve. D’improvviso non importa quanti chilometri abbia messo tra me e il campo di battaglia. Questa neve, questo silenzio, mi riportano lì, nell’attimo che precede il primo colpo di fucile.
Le ginocchia cedono. Affondo nella neve. Sono troppo stanco per continuare. Forse non raggiungerò mai la mia casa, sono stato pazzo persino a crederci. Forse non sono nemmeno nella mia campagna, ma intrappolato in Russia, già morto, chissà dove. Se è così spero che Dio abbia pietà della mia anima e mi salvi da questo inferno anche se ho ucciso tanti uomini quanti ne ho persi nella mia brigata.
L’ultimo pensiero però, non cerca l’assoluzione, ma Agata. Lo fa così intensamente da trovare la forza di combattere i muscoli rigidi per alzare lo sguardo. Il buio è denso e spesso, una coltre impenetrabile costellata da un turbinio di fiocchi che cadono come la cenere delle campagne in fiamme. Poi nel nulla più assoluto si accende una luce. Illumina un porticato di pietra che assomiglia al mio.

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