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E-Aktion

29 dic 2022
Tempo di lettura: 3 min

Sono la paziente 1078 dell’ospedale per malati di mente Kocborowo, a Starogard Gdański, Polonia.
1078 ora è il mio nome, il nome sulla mia cartella, il nome appeso davanti la porta della mia stanza. Devo ricordarmelo, stringerlo fin dentro gli occhi, perché quando mi sveglio e non mi ricordo dove sono, o chi sono, il terrore risale i muscoli, le scariche di paura diventano spasmi. Tremo così forte che potrei spezzarmi. Le braccia afferrano l’aria, le gambe scalciano un dolore che nessuno può vedere. Il male mi scivola sotto la pelle, dentro i muscoli, offusca i miei pensieri. Il mio corpo è una prigione dentro una cella dalle pareti bianche dentro una prigione che è l’ospedale e al centro di ognuna di queste prigioni ci sono io.
Io sono malata.
Ho una malattia che non ricordo come si chiama e questo è parte della malattia. Ma non è questa la cosa importante. La cosa importante è che la mia malattia è genetica e non si può curare.
Nessuno mi può curare.
Per questo mi hanno nascosta in un ospedale che è come un labirinto e il Minotauro sono io, il mostro.
Io sono un mostro.
Ero qualcuno, prima. Quell’identità il dolore se l’è portata via. Il dolore si prende ogni cosa. La malattia si prende ogni cosa. Mi ha lasciato solo schegge infilate negli occhi. Le rimetto insieme continuamente per ricordare quale fosse la mia vita prima. Poi, ogni risveglio disfa tutto quanto.
A dividere il prima dall’adesso ci sono solo due parole.
Aberrazione genetica.
La pronuncia un dottore in camice bianco. Mi dice che devo andare in un posto dove si prenderanno cura di me, dice che è per il mio bene. Il mio bene. E il bene della mia famiglia. Il bene della Nazione. Poi tutto quello che vedo sono corridoi bianchi e le facce bianche degli altri nelle altre celle bianche. Gli occhi non riescono ad aggrapparsi a tutto questo bianco, scivolano fin dentro di me e d’improvviso sono tutto ciò che ho. Ma quello che ho è un’aberrazione. Quello che ho non è un bene per la mia famiglia. Non è un bene per la mia Nazione.
Tremo e così affondo le dita nella pelle.
Questo corpo, io lo odio.
È un pensiero nitido. L’odio mi abita, mi riempie, mi travolge.
Questo corpo che odio è rigido e non risponde. Non si muove quando gli chiedo di farlo. Non è più mio questo corpo. È giusto che muoia. Voglio che muoia. E non lo voglio per il bene della Nazione, ma lo voglio per il mio bene. Mi hanno abbandonata a causa sua. Mi hanno chiuso in questa stanza a causa sua. Non sono sana. Non sono normale.
Non sono normale.
Non sono normale.
Non sono normale.
Voglio morire.
Solo che morire è un processo lento. S’insinua nella mente. Arriva a ondate e mi rende fragile, mi rende impaurita e arrabbiata, feroce e innamorata di ogni respiro che prendo lento. Poi piango. Piango. Piango. Finché non mi si seccano gli occhi e allora il pianto continua silenzioso e invisibile per ore. Sono sola.
La porta della mia stanza si apre con un cigolio che paralizza anche me dentro il mio corpo immobile. Sento il suono delle rotelle di una barella. Un uomo si sporge a guardarmi. Ha un viso familiare, ha indosso un camice bianco. Sono stufa del bianco. Al braccio però, ha qualcosa a cui posso aggrappare lo sguardo, una fascetta rossa come il sangue, è il primo colore che vedo da chissà quanto. Sopra c’è il simbolo del Partito Nazista. Lui è un emissario della Nazione. È arrivato per cancellare dalla faccia della terra la mia malattia.
Sono felice che sia qui.
Facciamola finita.
Ti prego.
Aprimi il cervello, trova una cura.
Ti prego.
Brucia il mio corpo che odio.
Io sono stanca.
Fa di me qualcosa di buono. Salva la Nazione, salva chi vuoi.
Ferma il dolore.
Mi dice: “sta’ tranquilla”. E io vorrei ridere. “Ti porterò via di qui”. Sì, portami via. Portami via per sempre, da ogni cosa.
Issa il mio corpo tra le bracca e lo distende sulla barella. Tira un lenzuolo bianco fin sopra la mia testa e prima di coprirmi il viso si avvicina e mi dice: “scriverò sulla cartella che sei morta per complicanze del morbo di Huntington. Resta immobile finché non saremo fuori. La tua famiglia ti sta aspettando”.
Ti prego.
Chiunque tu sia.
Salvami.

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