ti voglio raccontare un ricordo che riguarda un ragazzo che si chiama come te. Lui non è scomparso, non davvero, ma lo ha fatto dalla mia vita e sono stata io ad allontanarlo.
Mi guardo indietro spesso, per questa debolezza che m’impedisce di lasciare andare le persone. Mi capita sempre di ricordare solo le cose belle e questo rende impossibile abbandonarle. Soprattutto nei momenti peggiori, quelli in cui non c’è niente che mi difenda dalla solitudine se non i ricordi più dolci. Così c’è spesso lui a farmi compagnia.
Fabrizio.
Eravamo poco più che adolescenti quando ci siamo conosciuti. È stato troppo presto probabilmente. Ed è stato troppo intenso. Una volta senza che trovassimo niente da dirci, niente con cui valesse la pena infrangere il silenzio in cui eravamo immersi a guardarci, mi disse che aveva paura. Temeva che stessimo bruciando troppo in fretta e che di noi alla fine non sarebbe rimasto niente.
Gli diedi dell’idiota.
Ovviamente scappavo già allora dalla possibilità di essere davvero felice, ma questo perché non sono capace di abbandonarmi completamente a niente, soprattutto non ad un’altra persona. Non è perché sia troppo cauta, o diffidente, ma perché in profondità, dentro di me, c’è un gelo che non riesco a penetrare.
Per questo il ricordo di cui ti sto per parlare è tra i più belli ma non lo è completamente. Perché anche allora mi sembrava di recitare. Devi capire che tutto mi arriva solo in superficie e mi agita, mi muove, ma sotto c’è questa paura che risucchia famelica tutto quanto. Mi tiene distante da ogni cosa, come un’apatia che cerco di nascondere sempre.
Stavamo insieme da ormai più di un anno quell’estate.
Avevo appena concluso i test d’ingresso all’università e non avevo più alcuna preoccupazione al mondo. Forse solo l’incertezza, terribile, per quello che sarebbe venuto nei giorni successivi.
Avevamo deciso di andare in barca per festeggiare.
Era l’occasione che aspettavamo da tutta l’estate.
C’era il sole. Il cielo era limpido. Il mare una tavola piatta che profumava di salsedine e vicino la costa anche di asfalto bollente.
Avevamo comprato il ghiaccio in un posto che conosceva. Accompagnava sempre suo padre a prenderlo quando andava in barca con la sua famiglia. Credo che farlo da solo lo facesse sentire più simile a lui. Lo vedevo orgoglioso, sicuro di sé, ma anche un po’ sopraffatto dall’idea di realizzare quel sogno segretissimo di essere già grande. Lo immaginai guardare suo padre ripetere quegli stessi gesti estate dopo estate, assorbire con gli occhi la sua forza rassicurante. Voleva essere come lui, solo per me.
Ne ero affascinata e ne ero spaventata. Avrei voluto ridimensionare quei suoi pensieri enormi. Renderli più leggeri così che non dovessi temerli. Lo lasciai fare. Mi dissi che tutto quello che dovessi fare era osservarlo e si sarebbe sentito bene. Volevo che stesse bene. Lo volevo davvero, per tutta la pazienza e l’affetto che aveva per me e non sapevo come ricambiare.
Lo lasciai girare per la barca. Lo feci esprimere in tutte quelle sue piccole manie. Ripeteva la scaletta di cose da fare, il programma del giorno, elencava gli oggetti che ci sarebbero serviti e poi concludeva con un soddisfacente “c’è” quando erano esattamente dove dovevano stare.
Mi fece sorridere quel suo essere tanto indaffarato per una cosa semplice. Feci qualche battuta. Provai a sdrammatizzare. Ora vorrei semplicemente essere rimasta ancora in silenzio.
Vorrei guardarlo di nuovo com’era in quei momenti. Non lo è stato più. È come se quell’ingenuità si fosse spenta. Con il tempo è diventato più disilluso e ho paura che sia per colpa mia.
Quando partimmo il sole era altissimo nel cielo. Gettammo l’ancora in alcune baie lungo la costa. Posti meravigliosi dove il mare è talmente limpido che si vede il fondale per metri. I gabbiani se ne stavano appollaiati sulle rocce frastagliate a strapiombo sull’acqua.
Passammo il resto del giorno a guardarci, spesso in silenzio, dando il pane ai pesci e scambiandoci baci salati che erano umidi e scivolosi. Era divertente ed era romantico. Era anche spaventoso e asfissiante. Non per causa sua, ma per via di quella paura che stessimo bruciando troppo in fretta. Temevo che non sarei stata capace di farlo durare abbastanza a lungo perché diventasse reale.
Sarebbe potuto durare per sempre e quella promessa di felicità mi terrorizzava. Non mi sentivo all’altezza. Non ne sapevo abbastanza della vita, né delle persone. Non ero nemmeno capace di smettere di pensarci. Sapevo che dovevo godermi il momento, ma come potevo fare? Anche adesso, a distanza di anni, non so come si faccia ad essere completamente presenti in un’emozione.
Quando tornammo il mondo mi chiamava e l’ansia dentro di me mi aveva tesa al limite. Il futuro era troppo grande e io mi ci perdevo dentro ed era come quell’amore, senza alcun confine a cui potessi aggrapparmi. Non sapevo più come si vivesse alla fine di quel giorno. Così divenni silenziosa.
Fabrizio attraccò la barca al molo. Il sole era ormai all’orizzonte. Rosso e bollente. Aveva risucchiato tutte le mie energie. La testa mi pesava, la pelle scottava. Avevo sulla faccia un sorriso che non potevo togliere. Ero certa che mi sarei spezzata.
Cos’avrei fatto il resto della mia vita dopo quella giornata? Non sarebbe mai potuta essere altrettanto bella, ma sarebbe potuta diventare ancora più spaventosa.
Cercai di non pensarci. Sembrare abbastanza matura, come faceva lui mentre legava le ultime cime. Volevo essere pronta, ma non mi sentivo pronta.
Accesi il telefono che avevo spento, in mezzo al mare non prendeva.
Trovai decine di chiamate perse, altrettanti messaggi che mi davano per dispersa.
Mi spaventai.
Cercai di ricordare se avessi detto a qualcuno che andavo in barca. Presa dal timore che mi venisse proibito forse non l’avevo detto, non riuscivo a ricordarlo. Mio padre era possessivo, mia madre era capace di risvegliare tutte le paure più insignificanti. Era possibile che davvero non avessi avvertito nessuno. Mi sentii una stupida. Provai con Fabrizio ad inventare delle scuse. Lui trovò subito le risposte che mi avrebbero salvato da ogni litigio. Senza paternali, senza giustificazioni. Sapevo che lui non avrebbe fatto una cosa tanto stupida, ma non gl’importava. Voleva aiutarmi. Fu strano. Fu confortante.
Alla fine chiamai mia madre, era più facile mentire con lei.
Prima che potessi dire qualsiasi cosa lei mi fermò e mi disse che avevo superato i test per l’università, ero stata ammessa.
Ero stata ammessa.
Forse era vero. Potevo avere qualsiasi cosa dalla vita. Forse quella felicità non era così fragile e io non ero così impotente. Mi sarei dovuta sentire forte. Ma mi sentii persa.
Fabrizio mi abbracciò, io ricambiai. Lo strinsi chiedendomi se questo sarebbe potuto bastare per rendermi felice completamente. Non volevo sapere la risposta. Non m’importava. Sfidai me stessa a crederci davvero e gridai ed esultai e Fabrizio insieme a me.
Mentre tornavamo in macchina lui guidava. Lo guardai e avevo la sensazione che avrei potuto guardarlo guidare per il resto della vita. Se solo fossi stata capace di lasciarlo condurmi. Dovevo fidarmi di lui e permettergli di starmi accanto.
Non ci sono riuscita.
Brevi attimi di felicità non bastano.
A me, almeno, non sono bastati per imparare a vivere come avrei dovuto.
Vorrei che invece bastasse essere consapevole di tutto per rimediare, cancellare anni in cui l’ho solo respinto.
La verità è che non posso lasciarlo avvicinarsi. Sono ancora spaventata, non riesco a lasciarmi pervadere dalla felicità, non riesco ad afferrarla e attaccarmela addosso. Penso a domani, domani, domani. E questo domani è enorme, più grande di me, troppo più grande. Non so come smettere di guardarlo e guardare lui.
Lui è più disilluso adesso. Il nostro rapporto si è deformato fino a diventare l’incedere occasionale di incontri a cui alla fine ho detto basta. Gli ho spiegato che non siamo fatti per stare insieme. Lui mi ha dato ragione. Ed è finita così. Quasi dieci anni di tira e molla alla fine sono scomparsi nello scambio di qualche ridicolo messaggio.
Mi guardo indietro e non appena mi sento sola e inamabile e incapace di amare a mia volta, allora torno in questo ricordo, a quando la vita che non ho saputo avere si era concentrata tutta in un giorno. Il tempo e le mie paure hanno reso difficile tutto il resto.
Sento di essermi spezzata con le mie mani.
Sento che avrei dovuto avere qualcuno che mi spiegasse che la paura sbiadisce solo se smetti di pensarci. Ma non sarebbe bastato. Altrimenti non ci avrei messo dieci anni a cambiare abbastanza per arrivarci. Eppure penso di essere solo a poca distanza dal punto di partenza.
La vita scorre ancora velocemente intorno a me e quando mi sento troppo lenta, fuori tempo, una perdente, mi guardo dentro e cerco il sole di quel giorno e il sapore del mare su di lui.
Vorrei capire quello che c’è ancora da capire ed essere finalmente libera, libera da questa sensazione di vivere a metà, incastrata tra la realtà e la certezza che niente arriverà mai tanto in profondità da consolare tutte le paure.
Non so se esiste davvero questa verità illuminante. Sono sicura che poche persone riescono ad essere completamente felici. A me basterebbe imparare a godere del buono e a non allontanarlo.
Pensando a te, ho paura di sparire anch’io, anche se in modo diverso. Ho paura che io finirò per soffocarmi al punto da non vivere abbastanza nemmeno domani e i giorni a venire. Allora quando mi guarderò indietro sarò ancora ferma in quel momento? Il momento in cui avevo tutto e invece la paura mi ha trascinato sempre più distante.
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