top of page

Quanto te ne vai lasci un vuoto

29 dic 2022
Tempo di lettura: 7 min

Aggiornamento: 29 dic 2022

Racconto scritto per la sezione "9 racconti" della rivista Coye.



Mi hanno chiesto di aprire la porta.
Pensano che chi che c’è dall’altra parte possa mettere fine alla guerra, ma loro non comprendono chi sia davvero. La speranza chiude i loro occhi. Non vogliono la verità, vogliono solo che la sofferenza finisca. Io li capisco perché combatto al loro fianco.
Il mio pianeta sta bruciando.
Gli incendi divampano nei boschi messi a ferro e fuoco per stanarci come topi. L’inasprirsi del conflitto ci ha messo con le spalle al muro, ormai non abbiamo più niente se non l’un l’altro.
In mezzo alle fiamme che sono arrivate a divorare anche il nostro ultimo avamposto, mi stringo alla mia spada e quando i miei compagni mi guardano vedo nei loro occhi sempre la stessa preghiera.
Ti supplico, apri la porta e poni fine a tutto.
Io continuo a combattere e così fingo di non essere il guardiano della soglia. Eppure lo sono, da quando nacqui all’alba dei tempi. Ho sempre tenuto chiusa la porta e lui lontano dal mio mondo. Però, a volte sento i suoi sussurri strisciare tra le fessure, non mi chiede mai di lasciarlo uscire, sono solo parole tristi che cercano qualcuno che le ascolti. Vuole compagnia. La mia compagnia. Gli ho parlato a lungo, lo conosco bene quando conosco me stessa e in alcuni momenti non posso non pensare che siamo entrambi prigionieri dell’altro.
Cerco di scacciare la sua presenza, di dimenticarlo.
Non voglio aprire la porta, perché la sua inclemenza è pari solo alla mia compassione. Questa è la distanza che ci tiene separati e mi ci aggrappo per mantenere salda la mia convinzione.
Allora non sono più il guardiano della soglia, sono un soldato, sono il sudore che m’imperla la fronte quando il fuoco avanza e l’armatura diventa il forno in cui mi consumo. Sono la forza della disperazione quando tutti cedono alla fatica e io resisto. Sono il vessillo del sole che porto alto quando la guerra si fa più dura.
Io non mi arrendo.
Non aprirò la porta.
Non l’aprirò perché quando guardo i soldati cadere nel fragore della battaglia, io ho bisogno di credere che ad un certo punto sapremo dire basta, allora tutti noi deporremo le armi e tra le nostre nazioni ci sarà pace. Sarà una pace stanca e lacerata, ma sarà pace.
Quando nacqui illuminai il mondo.
Riempii di luce ogni angolo perché aprendo gli occhi potessi vedere tutto. Presto nacque la vita e io rimasi a guardarla sbocciare intorno a me e dentro di me, d’improvviso ebbi come famiglia un intero popolo. Vivevamo in armonia, ma poi ci siamo divisi e dividendoci iniziai a sentire la solitudine.
Mi sono rifugiata spesso sulla soglia della porta. Lui conosce il tocco gelido del vuoto, spazi infiniti che separano le cose e le persone. Prima che io nascessi lui era assoluto. Immenso, ma silenzioso. Non aveva niente, se non se stesso. Scoprì che era prigioniero di quel silenzio. Quando lui diede un nome al suo dolore capì di essere solo, allora l’universo divenne ancora più freddo. Non c’era vita, non c’era luce.
Nacqui da quel pensiero, nel suo grembo. Lui creò una prigionia diversa per se stesso solo perché la sua unica figlia ascoltasse i suoi sussurri e potesse rispondervi. Gli raccontavo della vita anche se non poteva arrischiarsi a toccarla sentivo che l’amava quanto me.
Io non aprirò la porta, non lo obbligherò a distruggere ciò per cui si è sacrificato.
Sono sicura che qualcuno stia esultando al pensiero di questo sterminio. Alcuni uomini godono delle fiamme che distruggono ogni cosa, ma l’avversario con cui incrocio la spada è disperato quanto me. Siamo uguali qui, sul campo di battaglia.
Questi pensieri mi distraggono. La spada mi sfugge dalle mani. Un fendente me la strappa. Sono disarmata. Guardo il mio avversario, lui invece non alza gli occhi. Lo capisco. È più facile in questo modo.
Prepara il colpo, glielo lascio fare.
Smetto di pensare alla mia gente ed è d’improvviso così facile sperare di morire. In questo modo la porta rimarrà chiusa per sempre. Il mio mondo finirà di bruciare e io non sarò lì a guardare. Forse troveranno da soli la pace, alla fine.
Dalla porta sento chiamare il mio nome con disperazione. Mio padre soffre per me, vuole che reagisca. Lo so che lui non vuole che muoia, ma sono stanca di lottare. Sua figlia ha vissuto a lungo, ha diritto alla pace del suo oblio, morendo tornerei da lui, scivolerei sotto la soglia e scomparirei da questo mondo.
Chiudo gli occhi e ora la vedo, la porta. Appoggio le mani su di essa. Ascolto mio padre implorarmi di lottare. Io aspetto il colpo.
Sento il fendente vibrare, ma la spada non mi sfiora. Quando riapro gli occhi davanti a me c’è uno dei miei compagni, M’ahari. La spada si è conficcata nel suo fianco, il sangue cola sulla punta della lama e gocciola sulle mie mani disarmate. Si è sacrificato per proteggermi.
Questa guerra non finirà mai.
M’ahari crolla sulle ginocchia, così recupero la mia spada e l’abbatto sull’avversario con un fendente che gli taglia la gola. Un’altra vita che spezzo.
La nausea risale il fondo dello stomaco come un’onda violenta. Getto via la spada.
È stata l’ultima volta, questa è una promessa.
Trascino M’ahari in salvo dalle fiamme, raggiungo un posto fresco dove nasconderci. Lo appoggio contro il fianco di un albero e gli porgo la borraccia, lui la rifiuta allontanando le mie mani, cerca i miei occhi.
La vedo ancora una volta, la fede. Non è più quella di prima, la guerra l’ha resa disperata, ma brilla ancora nel suo sguardo.
“Non dovevi farlo, M’ahari”.
“Tu sei la Guardiana” fatica a parlare, tossisce sangue e il suo viso s’irrigidisce per il dolore, ma non si arrende, “ci salverai”.
Scuoto la testa, sono stanca di sentire queste parole “non aprirò la porta”.
“Tu devi aprirla”
“Non sopravvivrà nessuno”
Non risponde. Gli accarezzo i capelli scostandoli dalla fronte rovente. Vorrei poter scacciare tutto il suo dolore con questa carezza, invece il suo sguardo si fa più duro, non esita come faccio io.
“Forse nessuno merita di sopravvivere” la sua freddezza mi paralizza. Quelle sono le sue ultime parole e sono piene di odio. Nei suoi occhi si riflettono le fiamme e per un attimo so con assoluta certezza che non vuole che si spengano. Anche M’hari vuole vedere il mondo bruciare.
“Tutti meritano di sopravvivere, M’hari”, disperata prendo il suo viso tra le mani, “anche tu”.
“Con te è arrivata la vita, S’hoel” tossisce, il sangue gorgoglia fino alle sue labbra, forma piccole bolle, ma anche se provo a fermarlo lui si sforza per trovare aria, “ma non è più il tempo della vita”.
Pianta ancora i suoi occhi nei miei, vuole che quelle parole mi raggiungano lì dove mi nascondo codarda. Non aggiungo altro, lo guardo spegnersi, un’attesa dilatata da pochi altri respiri e poi l’ultimo, lento, scivola via con sollievo.
Quando chiudo i suoi occhi con le dita non riesco più a trattenere le lacrime. Lo stringo tra le braccia come se potessi trattenerlo a me.
È così facile pensare alla porta adesso.
Fu lui a crearla. Se ne andò perché potesse esistere la vita al posto del suo niente. Lasciò me sulla soglia. Un frammento di lui che potesse non sentirsi mai più solo. Mi rese l’unica chiave per liberarlo. Poi mi disse di vivere.
E io ho vissuto.
Per me.
Per lui.
“Ti chiedo scusa M’ahari”, lo sussurro al suo orecchio anche se non può sentirmi. “Ti chiedo scusa perché forse mi manca il coraggio per annientare tutti. Anche se molti sono diventati nemici e quelli che sono rimasti al mio fianco sono morti uno dopo l’altro”.
Sento dei soldati avvicinarsi, ma sono troppo stanca per combattere ancora, non mi alzo per affrontarli. Non ci sono nemici, non ci sono mai stati. Siamo tutti nati dal vuoto, siamo uguali.
I soldati mi accerchiano, bisbigliano tra di loro.
“È lei. S’hoel”
“La guardiana della soglia di L’uhn”
Non presto attenzione, lo so cosa vogliono, o almeno cosa pensano di poter avere. Mi afferrano per le braccia, mi oppongo con tutte le mie forze per rimanere aggrappata a M’ahari, non gli permetterò di trascinarmi via. Voglio che mi lascino bruciare tra le fiamme insieme al resto di quelli che amavo.
Sento i sussurri di L’uhn supplicarmi.
Lui ha sempre guardato il mondo attraverso la sua piccola creature di luce. Senza mai sfiorare la porta, per non sgretolare le trame che la vita m’intrecciava intorno. Voleva che il mondo fosse libero, voleva che io prendessi le mie decisioni. Adesso però, ha paura. Questa paura ci avvicina. Lo sento dentro ogni mio battito cercare di preservare la vita. Io invece, cerco il silenzio del suo abbraccio.
L’hun?
Sì, S’hoel.
Sono stanca di lottare.
Allora apri la porta, non lascerò che ti uccidano.
Se muoio nessuno potrà più aprire la porta e forse la vita sarà al sicuro.
Tu sei tutta la vita che voglio sia al sicuro.
Chiudo gli occhi mentre i soldati mi trascinano via.
Sono di nuovo davanti la porta.
La porta è nera.
La porta è rettangolare.
La porta è fredda.
La porta si trova al confine della vita.
La porta si apre non appena la sfioro.
L’uhn ha occhi luminosi come spiagge d’onice le notti di luna piena. È la prima volta che lo vedo, ma è anche familiare. Mi attrae il desiderio di perdermi nel suo abisso, affondare dentro di lui fino a dissolvermi. La stanchezza inizia ad appesantire i miei pensieri, ho voglia di guardarlo ancora, ma anche di assopirmi, giusto per un po’.
L’uhn miaccarezza una guancia e il contatto per un istante mi raggela. Poi però, mi aggrappo a quel tocco con tenerezza. La sua quiete mi conforta, ma so che presto non ci sarà altro.
Non fare loro del male.

Non sentiranno niente.

Mi chiude le palpebre con una gentilezza a cui non riesco ad oppormi.

Non guardare, piccola S’hoel.

Sul mondo cala il buio, pesante come una trapunta avvolge tutti e ogni cosa. Alcuni soldati provano a sfuggirvi, altri invece capiscono e aprono le braccia per accogliere la fine. Lo scompiglio agita i popoli di ogni nazione, ma ben presto si dissolvono nel buio insieme ai loro affanni.

Alla fine di tutto, c’è solo L’hun. Il nulla.

Commenti


© 2035 by T.S. Hewitt. Powered and secured by Wix

bottom of page